Manifestazione a Piazza Navona 11 ottobre 2008
Di Pietro IdV e i cittadini contro il Lodo Alfano e la dittatura dolce di questo governo
guidato da Berlusconi
(a presto i video anke sul mio blog )
Tieniti aggiornato: www.antoniodipietro.it
Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 13, 2008
Manifestazione a Piazza Navona 11 ottobre 2008
Di Pietro IdV e i cittadini contro il Lodo Alfano e la dittatura dolce di questo governo
guidato da Berlusconi
(a presto i video anke sul mio blog )
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Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 13, 2008
Una
consulenza al nipote del boss, lavori e delibere accomodati, appalti
pilotati, un sistema di potere consolidato. Un terremoto, quello
scatenato dalla Dda di Reggio Calabria, che ha portato in cella il
sindaco e il vicesindaco di Gioia Tauro (comune sciolto per
infiltrazioni mafiose), Giorgio Dal Torrione e Rosario Schiavone, il
sindaco di Rosarno Carlo Martelli e Gioacchino Piromalli insieme al
nipote omonimo, ai vertici del potente casato della Piana reggina.
Per i tre amministratori l’accusa è di concorso esterno
in associazione mafiosa. Accuse che arrivano dopo lo scioglimento del
consiglio comunale di Gioia, nello scorso aprile. L’operazione
è la naturale prosecuzione della commissione di accesso
agli atti e soprattutto dell’operazione “Cento anni di
storia”, che ha decapitato i vertici della cosca Piromalli con
l’esecuzione di 18 fermi. Proseguendo le indagini ed ampliando i filoni
riguardanti i rapporti con la pubblica amministrazione, i pm della Dda
reggina Salvatore Boemi, Roberto di Palma, Roberto Pennisi e Maria
Luisa Miranda sono giunti alla richiesta avanzata al gip dell’emissione
di cinque ordinanze di custodia cautelare.
Secondo gli inquirenti, la cosca Piromalli era diventata
“soggetto attivo dello sviluppo territoriale di Gioia
Tauro”, riuscendo pilotare il programma di recupero urbano dei
comuni e ad infiltrarsi nei lavori per la ristrutturazione della
statale 111 e
dell’A3 . In particolare, come rivelerebbero alcune
intercettazioni che il sindaco Dal Torrione avrebbe fatto modificare il
progetto dello svincolo della Salerno-Reggio per venire incontro alle
richieste della cosca. Con la regia del 74enne Gioacchino Piromalli,
ritenuto a capo di quella che è ritenuta una delle più
potenti ‘ndrine calabresi.
Altro elemento che emerge dall’accesso agli atti del comune
reggino, Dal Torrione avrebbe cercato di far acquisire a una
società mista pubblico-privata, la Tauro Ambiente, l’appalto per
la pulizia degli arenili e dell’acqua adiacente il porto cercando di
ottenere un bando di gara «blindato» per riuscirvi.
«Un interesse – scrivono i pm della Dda reggina – che si
ricollegava a quello della criminalità organizzata».
Una pratica non nuova. Dalle inchieste che si sono succedute negli
anni, i Piromalli hanno gestito gli appalti riguardanti tutti lavori
pubblici della zona (processo “mafia delle tre province”.
Dalla costruzione dell’A3 negli anni 60, alle opere relative al
Quinto centro siderurgico fino alle infiltrazioni nel porto di Gioia
(operazione Porto) e ai lavori di ammodernamento della Salerno-Reggio.
Negli anni 70, il re della ‘ndrangheta Mommo Piromalli è
stato il grande tessitore della Santa, il nuovo assetto criminale che
ha permesso alle cosche di intensificare i rapporti con il mondo della
politica e dell’imprenditoria e di entrare nella massoneria dalla
porta principale.
In una fotografia di quegli anni relativa alla cerimonia di posa
della prima pietra del centro siderurgico, Gioacchino Piromalli fu
immortalato accanto a Giulio Andreotti, ospite del suo albergo di Gioia
Tauro. Secondo i giudici, il vecchio Gioacchino sarebbe il tramite
della famiglia con le amministrazioni locali. Mentre il giovane e
omonimo avvocato è già stato condannato per associazione
mafiosa, ma anche condannato in sede civile (nell’ambito del
procedimento Porto) al risarcimento di 10 milioni di euro, la prima
sentenza in assoluto che sancisce il danno ambientale provocato dalla
criminalità organizzata su un territorio. Una vicenda di grande
portata, proseguita con un colpo di scena: l’avvocato, incapace
di pagare la cifra, chiese di essere impiegato dai comuni, che gli
affidarono una consulenza. “In spregio a qualunque norma
giuridica e morale, nonché del buon senso – scrivono i
procuratori – le due amministrazioni locali avevano espresso la
volontà di pagare consulenze all’avvocato Piromalli. stato
così concesso alla cosca di entrare ufficialmente all’interno
dei municipi agevolando le possibilità, già ingenti, di
controllo e di indirizzo della pubblica amministrazione”.
Anche il faccendiere Aldo Miccichè è uno degli
indagati nell’inchiesta. Per Miccichè, originario di Marapoti,
un centro poco distante da Gioia Tauro, negli anni ‘80 è stato
dirigente della Democrazia cristiana. Da anni si è rifugiato in
Venezuela. Nei suoi confronti era già stato emesso un
provvedimento di fermo nell’ambito dell’inchiesta che nel luglio scorso
porto all’operazione che ha decapitato al cosca Piromalli. L’uomo
è al centro di una inchiesta della Dda su presunti brogli degli
italiani all’estero alle ultime elezioni che, secondo l’accusa,
avrebbero dovuto portare ad un’attenuazione del regime detentivo del 41
bis che Miccichè avrebbe cercato di ottenere mettendosi in
contatto con il senatore Marcello Dell’Utri. Alcune telefonate,
già riportate nel provvedimento di fermo del luglio scorso sono
riproposte nell’ordinanza di oggi. Dell’Utri era stato citato come
teste nell’inchiesta su Miccichè. Nell’ambito dell’operazione di
oggi Miccichè, è accusato di associazione mafiosa e per
lui era stata chiesta l’emissione di un’ordinanza di custodia
cautelare.
preso da liberainformazione.org
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Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 13, 2008
| Gorbaciov: siamo al declino dell’impero americano | ![]() |
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di Giulietto Chiesa, Megachip – da la Stampa – 13 ottobre 2008
guarda sfilare, sugli schermi della CNN, le cifre
della catastrofe finanziaria americana che dilaga nelle borse di tutto
il mondo.
Non e’ roba allegra, ma lui non riesce a trattenere un sogghigno.
”Questo non potranno dire che e’ colpa del comunismo…., o della
Russia. Questo se lo sono creato da soli, con le loro mani. Il
prestigio degli Stati Uniti ne esce demolito, e anche il modello
economico e sociale che hanno imposto al mondo intero con la loro
globalizzazione selvaggia”
L’ex presidente sovietico non manca di far notare – ai numerosi
giornalisti che lo assalgono di domande: sulla crisi finanziaria, sulla
“nuova guerra fredda”, sulla Russia di Putin e di Medvedev
– che l’idea stessa dell’incontro di Venezia San Servolo,
“Ambiente: dall’allarme globale all’allerta per i media” e’
la prova che molte cose si potevano prevedere e furono infatti
previste. La nascita, a Bosco Marengo e Torino, del “Forum della
Politica Mondiale”, cinque anni fa, rispondeva proprio
all’intuizione che ci trovavamo alla vigilia di una grande crisi
mondiale.
Gia’ allora era chiarissimo che il modello della globalizzazione
americana non era sostenibile – dice nell’intervento di apertura
– e che avrebbe dato luogo a una serie di convulsioni sistemiche.
Questa crisi finanziaria, che presto avra’ effetti devastanti
sull’economia reale, non e‘ sola. Ce ne sono altre, simultanee
che stanno venendo al pettine a velocita’ crescente: quella energetica,
dell’acqua, alimentare, demografica, del cambiamento climatico, della
devastazione degli ecosistemi. Allora dissi cose che non furono
ascoltate: che, per affrontare i pericoli che si delineavano – e
non mi si venga a dire che non erano prevedibili – sarebbe stato
indispensabile costruire una nuova architettura delle istituzioni
internazionali, essendo evidente che quella attuale non e’ in
condizione di farvi fronte.
Per esemplificare, Mikhail Sergeevic?
Guardi la figura miserevole del Fondo Monetario Internazionale, sparito
tra le nebbie del panico delle Borse soverchiato dall’ impressionante
vastita’ del disastro finanziario. Ma e’ solo un esempio. Il fatto e’
che questa nuova architettura presupponeva il riconoscimento della
pluralita’ del mondo dopo la fine dell’URSS. Cioe’ che, sparita l’URSS,
c’erano soggetti potenti che avrebbero voluto svolgere la loro parte
attiva: Cina, India, Brasile, Sud-Africa, Indonesia e, naturalmente, la
Russia. Invece a Washington scelsero la via piu’ facile, quella
dell’impero. Pensarono di potere, anzi di dovere, decidere da soli e
per conto di tutti. Naturalmente creando ricchezza per se’,
indebitandosi, stampando decine, forse centinaia di trilioni di dollari
senza copertura alcuna che non fosse la loro potenza militare. Adesso
tocchiamo con mano che il mondo unipolare ha fallito. Perche’, oltre a
essere profondamente ingiusto, era ed e’ politicamente irrealistico e
insostenibile fisicamente.
Che intende per fisicamente insostenibile?
Che e’ in contrasto con le leggi della fisica e della chimica, perche’
non puo’ esservi sviluppo indefinito in un sistema limitato di risorse.
Invece il modello turbocapitalistico e’ interamente costruito sulle
illusioni di infinita’ inesistenti. Non si puo’ contare sul profitto in
crescita a tutti i costi, perche’ a un certo punto la curva di
flettera’. Non si puo’ spingere a consumi in crescita illimitata
perche’ le risorse sono definite, a cominciare da quelle energetiche.
Perche’ usando energia fossile ai ritmi forsennati attuali noi
liberiamo enormi quantita’ di CO2, e riscaldiamo il pianeta ben oltre i
limiti di equilibri che, per formarsi, hanno impiegato alcuni miliardi
di anni.
Dunque, che fare?
Cambiare modello, finche’ siamo in tempo. Il mercato senza regole e’
stato un disastro, il neo-liberismo si e’ rivelato una truffa globale.
Ma questo implica mutamenti giganteschi nelle abitudini e condizioni di vita di miliardi di persone …
Ci sono due modi per affrontare il problema. Il primo e’ tacere la
verita’ e dilazionare decisioni che si sa essere impopolari. E questo
impedira’ alla gente di capire e di cominciare a modificare il proprio
modo di vivere e, per giunta, favorira’ il sopraggiungere di altre
crisi devastanti. Oppure cominciare a dire la verita’ e organizzare
saggiamente, cioe’ tempestivamente, il cambiamento. Ci vuole una
glasnost mondiale.
Ma come si puo’ fare?
Il Forum della Politica Mondiale, insieme al Club di Roma, alla
Provincia di Venezia, e al ministero dell’Ambiente, hanno avviato una
riflessione che vuole coinvolgere molti importanti operatori mediatici.
I media possono essere un potente veicolo di informazione e di
formazione dell’opinione pubblica. Ma essi stessi dovranno cambiare
perche’ ad oggi il messaggio che diffondono e’ del tutto contrario a
ogni prospettiva di sostenibilita’. Mi riferisco in primo luogo alla
pubblicità
Lei vede un rapporto tra queste crisi e le nuove tensioni internazionali e un ritorno alla guerra fredda?
C’è un rapporto indiretto ma evidente. Nuovi potenti soggetti
internazionali, si pensi a Russia e Cina, agiscono ormai sulla scena
mondiale. I loro interessi non coincidono e non sono riconducibili a
quelli degli Stati Uniti. Le regole di questi ultimi non possono essere
imposte ai primi. La guerra della Georgia contro l’Ossetia del Sud e’
un esempio di come si e’ cercato di imporre alla Russia le regole
dell’Impero. E’ andata male all’Impero
Vuol dire che la Russia fara’, d’ora in poi, la faccia dura?
La Russia e’ aperta al dialogo, ma si chiudera’ di fronte a
imposizioni. E’ indispensabile una nuova conferenza per la sicurezza
collettiva, che porti a una qualche forma di consiglio di sicurezza
europeo, dotato di poteri e perfino di forme di interposizione. Bisogna
avviare questo processo, evitare mosse unilaterali, atti di forza,
allargamento di alleanze militari (ovvio che parlo della NATO) e
rinuncia all’installazione in Europa di nuovi sistemi d’arma (ovvio che
parlo dei missili USA in Polonia e del radar nella Repubblica Ceca).
Che opinione ha di Putin?
Ha fatto non pochi errori, ma si tenga conto che ha ereditato da Eltsin
un paese al collasso. Tratte tutte le somme a me pare che il positivo
superi il negativo, e di molto. Dovremmo essergli grati
Ma di democrazia in Russia non si parla.
Dopo l’indecoroso comportamento dei media occidentali che ha
accompagnato l’aggressione della Georgia contro l’Ossetia del Sud penso
che la pretesa occidentale di insegnare la democrazia alla Russia debba
essere ridimensionata. Gli occidentali e gli europei dovrebbero
imparare ad avere pazienza, anche perche’ non hanno scelta. La Russia
sta realizzando una trasformazione democratica. Non dappertutto i tempi
sono identici. L’Europa ha impiegato qualche secolo per costruire lo
stato di diritto. Dateci tempo e non cercate di farci la lezione.
Sappiamo imparare da soli
E’ vero che ha fondato un suo partito?
Ci sto pensando, vedremo. Ma io credo che ci sia bisogno di partiti
diversi da quelli comprati o comprabili. Ci vogliono organizzazioni
democratiche che favoriscano la partecipazione dei cittadini.
Altrimenti il distacco della politica dalla gente aumentera’. Mentre,
per i cambiamenti inevitabili che si annunciano, sara’ necessario che
milioni di persone siano attive e coscienti. Questo vale per la Russia
ma anche per voi occidentali. E anche per voi europei
Come giudica il Nobel per la Pace a Martti Ahtisaari?
Non intendo commentare
Tratto da: megachip
preso da antimafiaduemila
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Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 13, 2008
09.10.2008 | di Anna Foti
«
Sensibile al dolore degli oppressi, incorruttibile, glaciale di fronte
alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un
modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti, i quattrini, la
carriera: la sua era sete di verità, e fuoco indomabile. »
- André Glucksmann, filosofo francese, su Anna Politkovskaja in
un ricordo pubblicato su “Il Corriere della Sera” il 3 dicembre 2006
Anche
in russo il suo nome è ormai noto, ma non per i riconoscimenti
ricevuti nel campo del giornalismo internazionale. А́нна Степа́новна
Политко́вская, Anna Stepanovna Politkovskaja, nata a New York il
30 agosto 1958 e morta a Mosca il 7 ottobre 2006, vittima di un agguato
presso la sua abitazione, è nota per aver esercitato la
professione giornalistica nel segno della ricerca della verità
dei fatti. Una professione che ha pagato con la vita. Due anni fa la
Russia, la Cecenia e il mondo rimanevano attoniti per la notizia del
suo omicidio legato al suo impegno per un’informazione libera
nella Russia di Putin, per la verità sugli intrecci tra la
criminalità organizzata e gli organismi di sicurezza e sulla
guerra in Cecenia, per le violazioni dei diritti umani da parte del
governo russo in Cecenia, in Inguscezia e Daghestan.
Una scomparsa che ancora non ha raggiunto una completa
verità giudiziaria, nonostante l’impegno di avvio di
un’approfondita indagine proclamato all’indomani dell’omicidio
dall’allora presidente Vladimir Putin, che ha definito la professione
di Anna Politkovskaja molto nota in Occidente e poco influente sulla
vita politica russa. Solo tre persone sono state arrestate mentre
ancora nulla circa l’esecutore materiale del delitto. Il suo assassinio
ha colpito il cuore dell’informazione libera, coraggiosa e
indipendente. A definirlo un crimine selvaggio è lo stesso ex
presidente Mikhail Gorbacev. Il suo assassinio ha decretato la vittoria
della censura come strumento di insabbiamento di verità scomode,
della repressione come strumento di controllo delle coscienze. Ma
c’è anche chi crede che la sua morte sia stata cercata per altri
fini. Tra questi vi è l’editorialista della Delobaya Gazeta,
Oleg Kashin, “non esiste alcuna verità così terribile da
condannare a morte un giornalista” e dunque l’unico obiettivo degli
assassini era quello di “scioccare la società e destabilizzare
il Paese”.
Il 7 ottobre di due anni fa il suo corpo veniva ritrovato esanime
nell’ascensore del palazzo dove risiedeva. L’8 ottobre, la polizia
russa già sequestrava il suo computer e tutto il materiale
dell’inchiesta di cui, dichiarava qualche giorno dopo l’editore della
Novaja Gazeta Dmitry Muratov, la Politkovskaja stava per pubblicare, un
lungo articolo relativo alle torture commesse dalle forze di sicurezza
cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov (chiamate
dispregiativamente kadiroviti). Solo alcuni appunti venivano salvati e
pubblicati dallo stesso quotidiano il giorno dopo.
Prima di approdare al quotidiano di ispirazione liberale, Novaja
Gazeta, presso il quale lavorava al momento dell’assassinio, Anna
Politkovskaja cominciava nel 1982 la sua attività giornalistica,
collaborando al famoso giornale moscovita Izvestija fino al 1993.
L’attività di cronista, in qualità di responsabile della
Sezione Emergenze/Incidenti e come assistente del direttore Egor
Jakovlev, la impegnò dal 1994 al 1999 presso il quotidiano
Obščja Gazeta. Intanto già collaborava con altre radio e
TV libere. Il suo primo incarico di inviata in Cecenia fu nel 1998,
quando intervistò Aslan Mashkadov, all’epoca neo-eletto
Presidente di Cecenia.
Il rischio cui era esposta era a lei chiaro fin dal principio,
quando subiva minacce di morte, quando le intimidazioni di Sergel
Lapin, un ufficiale di polizia di cui lei aveva denunciato
comportamenti criminosi contro la popolazione civile in Cecenia e che
dopo svariate interruzioni processuali sarebbe stato condannato per
abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno, l’avevano
costretta a fuggire a Vienna. Era lucida la sua consapevolezza, come
lucido era il suo senso di responsabilità verso la verità
e le vittime delle vergogne che le sue ricerche approfondite le
ponevano sotto gli occhi. Lo sapeva e lo denunciava pubblicamente, come
fece in occasione della conferenza di Reporter senza Frontiere nel
dicembre del 2005 a Vienna. Articoli, libri tradotti anche in italiano
tra cui “Cecenia. Il disonore russo” (Fandango 2003) e “Diario russo”
(Adelphi 2007), per descrivere, denunciare accendere i riflettori
sull’operato di un governo, quello russo, che non rispettava i diritti
umani e, ovviamente, non gradiva che ciò fosse divulgato, specie
se a farlo era un racconto attendibile, approfondito e accreditato.
E infatti il racconto che Anna scriveva della guerra non tralasciava
nessun particolare e non escludeva alcuna voce, ecco perchè
è stato violentemente spezzato. Durante i suoi frequenti viaggi
in Cecenia, Anna Politkovskaja, raccoglieva le testimonianze di
militari russi come di civili ceceni e sosteneva le famiglie della
vittime nei campi profughi, denunciando le gravi connivenze tra il
governo russo e gli ultimi due Primi Ministri ceceni, Ahmad Kadyrov e
suo figlio Ramsan, entrambi sostenuti da Mosca.
La sua professionalità e la sua dedizione alle tematiche
inerenti i diritti umani l’avevano consegnata alle ribalte
internazionali attraverso prestigiosi riconoscimenti, quali il Premio
dell’Unione dei Giornalisti Russi (2001), Global Award for Human Rights
Journalism (Amnesty International – 2001) Courage in Journalism Award
(International Women’s Media Foundation – 2002) e da ultimo un
riconoscimento postumo, anche italiano, ossia il Premio Internazionale
Tiziano Terzani (2007). Ma tutto questo era poca cosa rispetto ai
rischi che sapeva di correre e che non sono comunque riusciti a
sottrarla alla sua vocazione di raccontare. Anna Politkovskaja sapeva
bene di essere in pericolo come sapeva di essere negoziatrice
privilegiata nella guerriglia cecena, come sapeva di essere ritenuta
autorevole fonte di informazione anche se ciò non doveva essere
noto. E’ lucida l’analisi cha offre in un saggio, pubblicato postumo lo
scorso anno, in cui scrive:
«Sono una reietta. È
questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia
e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e
sul conflitto ceceno.
A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle
iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del
Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere
delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari
accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto
conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non
possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti
che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono
felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere
e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È
una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci”.
Ma neanche questa lucidità ha cancellato la sua sete di
verità, ha fermato il suo cammino verso la sua comprensione e la
sua condivisione. Ha fermato il suo cammino verso una morte annunciata
e cagionata da un’ingiustizia che ancora miete vittime perchè i
carnefici rimangono ancora in libertà. Intanto in Russia i
giornalisti e difensori dei diritti umani continuano a rappresentare
delle categorie a rischio. Amnesty International, nel comunicato
diffuso in occasione dela secondo anniversario dell’omidicio, ha
sollecitato il governo russo a porre fine all’impunità nei
confronti delle violenze commesse contro i difensori dei diritti umani
e i giornalisti indipendenti.
preso da liberainformazione.org
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Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 13, 2008
| Napolitano: “Giusto ricordare La Torre” |

11 ottobre 2008
Roma. E’ scontro a Comiso sul nome dell’aeroporto: Pio La Torre o Vincenzo Magliocco.
La guerra tra vecchia e nuova giunta comunale ha provocato vivaci
polemiche e prese di posizione, compresa quella del presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenuto con un messaggio a sostegno
del ricordo di Pio La Torre, in occasione della manifestazione dedicata
all’esponente politico vittima della mafia, alla presenza del leader
del Pd Walter Veltroni.
La manifestazione, a cui hanno partecipato oltre duemila persone, è
stata organizzata per intitolare l’aeroporto a Pio La Torre contro la
decisione del sindaco, Giuseppe Alfano (An), che lo ha nuovamente
dedicato al generale Vincenzo Magliocco. La precedente giunta comunale
aveva infatti deciso di intitolare lo scalo al segretario del Pci
siciliano che si batté per la smilitarizzazione della base Nato e fu
ucciso dalla mafia nel 1982. Ma il nuovo sindaco ha cancellato la
delibera e ha ripristinato per l’aeroporto il vecchio nome.
“La scelta di Comiso consente di richiamare in un luogo appropriato
l’impegno politico e sociale dell’onorevole La Torre, appassionatamente
schierato a favore della pace e della distensione internazionale, e al
tempo stesso per il progresso economico, sociale e civile della
Sicilia” ha affermato Giorgio Napolitano in un messaggio al presidente
del “Centro studi e di iniziative culturali Pio La Torre”, Vito Lo
Monaco.
“Le sue battaglie raccolsero un vasto consenso popolare” ha aggiunto il
Capo dello Stato, “e lo esposero alle minacce della mafia, di cui cadde
vittima in un sanguinoso agguato che mirava a far tacere la sua voce e
bloccare il processo di rinnovamento e di sviluppo dell’isola. Tuttavia
la sua testimonianza non fu vana: essa divenne patrimonio generale del
popolo siciliano e favorì la nascita di un comune sentire e di
movimenti unitari che hanno rinsaldato la trama della democrazia”.
Il circolo territoriale di Alleanza nazionale di Comiso ha difeso la
scelta del sindaco e ha riconfermato “la piena approvazione della
decisione della giunta comunale di restituire all’aeroporto
l’intitolazione al generale Vincenzo Magliocco, (insignito, non si
dimentichi, di una medaglia d’oro, due d’argento e una di bronzo)”.
Ieri il sindaco di Comiso aveva invitato Veltroni a un confronto per
illustrargli sia le ragioni che hanno indotto l’amministrazione
comunale a tornare a intitolare al generale Magliocco l’aeroporto, sia
le contestuali iniziative programmate dal comune per onorare la memoria
di Pio La Torre. Ma il leader del Pd ha fatto sapere che è disponibile
all’incontro solo nel momento in cui il sindaco ripristinerà
l’intitolazione dell’aeroporto a La Torre. Veltroni oggi era a Comiso
alla manifestazione, insieme a Fabio Mussi per le sinistre e a Beppe
Giulietti dell’Italia dei valori.
“La lotta alla mafia non è di una parte, deve impegnare tutti. E’
impensabile – ha detto Veltroni – che un sindaco sulla base di sondaggi
abbia deciso di cancellare il nome di un uomo che ha perduto la sua
vita per combattere la mafia. Questo la dice tutta sull’Italia di oggi
e la dice tutta su chi governa questo comune e non solo”. E ancora:
“Chi fa il sindaco, indossa la fascia tricolore, ha il dovere di
rappresentare tutti i cittadini, anche quelli che non lo hanno votato.
Che facciamo cambiamo i nomi delle strade in base a chi vince le
elezioni? Questo sarebbe un regime, ma per fortuna in Italia non siamo
in un regime. In Italia c’è ancora la democrazia”.
Tratto da: la Repubblica edizione online
preso da www.antimafiaduemila.com/
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