Trasparente

La vita…. è la poesia preferita dell'universo.

Archivio per 28 Ottobre 2008

7 miliardi l’anno per inalare veleni. Grazie Berlusconi!

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 28, 2008

Ottobre 28th, 2008

Un ragazzino di 13 anni di Taranto sta combattendo contro un tumore al polmone tipico dei fumatori incalliti. Gli è stato diagnosticato quando ne aveva 10, ossia da quando l’Ilva non paga più l’ici al municipio di questo comune che è il più inquinato di tutta l’Europa occidentale.
Anche i bambini di Milano verso i 10 anni hanno i polmoni asfaltati di catrame e veleni come quelli dei fumatori incalliti. Un neonato a spasso per il capoluogo lombardo riempie i bronchi di monossido di carbonio nel giro di un’ora. La pianura padana da Torino a Rimini è la più inquinata d’Europa senza soluzione di continuità.

I dettami del protocollo di Kyoto sul contenimento delle emissioni e l’aumento delle fonti rinnovabili che l’Ue ha assunto a modello, sono per l’Italia un volume di geroglifici. Tanto che Bruxelles non concederà nessun allungamento dei tempi come ha già chiesto Berlusconi su lamentela di Confindustria, visto che per l’Italia inadeguata il termine del 2020 è rimandato ai posteri stile Renzo Bossi. Barroso ha smentito per l’ennesima volta il piduista ribadendo che siccome la crisi finanziaria non riduce la minaccia del cambiamento climatico, salvare il pianeta non è un optional. Ebbene, mentre Germania, Francia e Inghilterra hanno già avviato politiche di adeguamento, l’Italia preferisce pagare le multe per continuare ad inquinare l’aria come prima più di prima. L’importo sarà di 7 miliardi di euro l’anno già a partire da quest’anno come dice nell’intervista il consigliere regionale lombardo dei Verdi Marcello Saponaro, che per l’Italia ha addirittura evidenziato un aumento delle emissioni inquinanti negli ultimi anni.

Berlusconi, lo stesso che abbiamo fra le palle dal 1994, preferisce proteggere i portafogli degli Agnelli auto e dei Moratti petrolieri passando direttamente alle centrali nucleari. Dopo aver inutilmente chiesto la sospensione del pacchetto multe e il rinvio dell’adeguamento al protocollo di Kyoto per voce di Franco Frattini Bahamas, la commissione attività produttive di Montecitorio ha già votato il pacchetto energia nucleare collegato alla Finanziaria.
L’intesa bipartisan istituisce l’ Agenzia del nucleare che si occuperà di coordinare i progetti di collocazione e realizzazione delle centrali sulla spinta del ministro per lo Sviluppo dei voli ad personam Claudio Scajola, secondo il quale “il nucleare è un tassello fondamentale della nuova politica energetica del Paese”.
L’ esecutivo si prepara a superare le resistenze degli enti locali sugli espropri, e non dà una sola indicazione su come e dove saranno smaltite le scorie che il nucleare produrrà. Prepariamoci a nuove rivolte stile “Dal Molin”.

preso da http://www.danielemartinelli.it

ma che si vergonino ! non possono decidere della nostra salute e del nostro futuro delle persone così antiquate  ??

dal contrasto alla diminuzione dell’inquinamento

al nucleare dove ci raccontano un mare di balle ! non conviene e non porta guadadni anzi spese e spese .. dalla costruzione al grandissimo utilizzo di acqua !! tantissima acqua ….c’è il pericolo delle scorie poi dove le mettiamo ?? inoltre c’è anke il pericolo dell’estrazione dell’uranio durante la quale si libera radon gas radioattivo : da wikipedia  “

Rischi associati all’estrazione [modifica]

Dato che l’uranio emette radon, un gas radioattivo, nonché altri prodotti di decadimento altrettanto radioattivi, l’estrazione mineraria di uranio presenta pericoli ulteriori che si sommano a quelli già esistenti nell’attività del minatore. Le miniere di uranio che non siano “a cielo aperto” richiedono adeguati sistemi di ventilazione per disperdere il radon.

Durante gli anni cinquanta molti dei minatori statunitensi impiegati nelle miniere di uranio erano nativi Navajos, dato che molte delle miniere erano collocate nelle loro riserve. A lungo andare molti di essi svilupparono forme di cancro al polmone. Alcuni di loro e dei loro discendenti sono stati beneficiari di una legge che nel 1990 ha riconosciuto il danno loro arrecato.”

Rubbia spiega i problemi del nucleare a Casini

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Giustizia, la società con lo Stato L’uomo della legge nella terra dei boss

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 28, 2008




di Roberto Saviano – 26 ottobre 2008

Qualche volta, quando non ne posso più della mia vita blindata, sento Raffaele Cantone perché vive costantemente sotto scorta non da due anni, ma da molti di più.

Cantone ha scritto un libro che racconta il suo periodo alla Dda di Napoli, intitolato Solo per giustizia. Diviene magistrato quasi per caso, dopo aver cominciato a fare pratica come avvocato penalista. Diviene magistrato per amore del diritto. Ed è proprio quel percorso che lo porta a divenire un nemico giurato dei clan. Non lo muove nessuna idea di redimere il mondo, nessuna vocazione missionaria a voler estirpare il cancro della criminalità organizzata. Lo guidano invece la conoscenza del diritto, la volontà di far bene il proprio lavoro, e anche il desiderio di capire un fenomeno vicino al quale era cresciuto. A Giugliano. Un territorio attraversato da guerre di camorra che ricorda sin da quando era ragazzo.

“C’erano periodi in cui i morti si contavano anche quotidianamente, spesso ammazzati in pieno giorno e in presenza di passanti terrorizzati. Le nostre famiglie avevano paura. Per timore che potessimo andarci di mezzo anche noi, ci raccomandavano di non andare in giro per il paese, di uscire solo quando era necessario. Quindi gran parte del tempo libero la si trascorreva a casa di qualcuno dei ragazzi della comitiva. Ma quando si spargeva la voce di un omicidio, anche noi “bravi ragazzi” spesso non resistevamo alla tentazione di andare nei paraggi per sentire chi era la vittima, a che gruppo apparteneva e soprattutto se era qualcuno che conoscevamo. Perché capita così, nella provincia: anche se si appartiene a mondi diversi, finisce che ci si conosce almeno di vista o di fama. E fu proprio un ragazzo conosciuto solo di vista una delle vittime innocenti di quella faida che sembrava eterna. Era un po’ più grande di me e i sicari lo avevano scambiato per un affiliato della parte avversa, perché gli somigliava vagamente e soprattutto perché aveva un’auto di colore molto simile. Solo dopo avergli sparato si erano accorti dell’errore e si erano fermati. Ma alcuni colpi avevano raggiunto la colonna vertebrale e paralizzandolo in tutta la parte inferiore, avevano reso il giovane invalido per il resto della vita. Ancora oggi mi capita talvolta di incontrarlo, spinto sulla sua sedia a rotelle dalla moglie che all’epoca era la sua giovanissima fidanzata”.

Un uomo che si forma in una situazione del genere comprende che il diritto diviene uno strumento fondamentale per concedere dignità di vita. Una dignità basilare, quella di vivere, di lavorare, di amare. Dove la regola non soffoca l’uomo ma anzi è l’unico strumento per concedergli libertà.
Poco prima era stata uccisa una ragazza di poco più di diciotto anni, figlia di un collega di suo padre. L’unica sua colpa era stata quella di essere uscita di casa nel momento sbagliato. Morì al posto di un delinquente in soggiorno obbligato che più tardi sarebbe diventato uno dei capi del clan dei Casalesi, uno dei più feroci: Francesco Bidognetti, detto “Cicciott’ ‘e mezzanotte”.

Quel caso non ha mai avuto soluzione giudiziaria. E lentamente il ricordo si è sbiadito. I genitori sono morti entrambi di crepacuore. Anche il penultimo omicidio dei Casalesi è avvenuto proprio a Giugliano, non lontano da dove Cantone è tornato ad abitare con la sua famiglia. Quando si sono trasferiti nella casa nuova, i vicini e i negozianti hanno organizzato una raccolta di firme per mandarli via. Qualcuno ha persino lasciato una valigia al posto dove sosta la pattuglia di vigilanza: era vuota, ma doveva simulare un ordigno.

Il libro è la storia di questa quotidianità, la quotidianità di un magistrato in terra di camorra e delle ripercussioni pesantissime che questo pone anche sulla vita dei suoi famigliari. Come quando un maresciallo che in quel periodo faceva il capo scorta vuole portarlo a vedere la partita del Napoli. Cantone, sempre attentissimo a non accettare favori, continua a rimandare sino a quando l’invito viene espresso quando c’è pure suo figlio di cinque anni che è già tifosissimo. “”Papà, mi ci porti? Andiamo a vedere la partita? Ti prego!”. E allora accettai, a condizione che non piovesse”. La domenica il maresciallo si presenta con una persona sconosciuta che a sua volta ha portato il figlio. “Questa sorpresa mi seccò a tal punto che fui tentato di dire che avevo cambiato idea. Ma come facevo con Enrico? Non avrebbe più smesso di piangere per la delusione”.

Il giorno dopo, in Procura, chiamano Cantone chiedendogli con imbarazzo se è stato allo stadio e con chi. Perché l’amico del maresciallo è stato intercettato nell’ambito di un’inchiesta sugli affari dei Casalesi mentre assicurava uno degli indagati che a questo punto il pm sarebbe stato “avvicinabile”. Non ne consegue nessun danno all’indagine, ma Cantone è furioso e sconvolto. L’unica volta che per amore di suo figlio si è sforzato di abbandonare la diffidenza che il mestiere gli ha fatto divenire seconda natura, scopre che la passione innocente di un bambino è stata strumentalizzata e abusata.

La diffidenza ha dovuto impararla presto, anni prima di entrare in antimafia. È una lezione che si iscrive nella sua carne e dentro la sua anima. “Un giorno d’inverno stavo tornando a casa nel primo pomeriggio, con l’intenzione di chiudermi nello studio e guardare con calma alcune carte. Come al solito, prima di salire, mi fermai alla cassetta delle lettere per prendere la posta. Quella volta ci trovai soltanto un foglio piegato, senza busta. E ancora adesso, quando penso al gesto automatico con cui lo aprii e vidi cosa c’era scritto, risento i brividi che mi assalirono in quel momento. Era una sorta di volantino, composto da ben due pagine. In alto c’era una mia fotografia [...] Il testo era spaventoso. Un congegno osceno orchestrato con dati reali della mia vita e con calunnie gigantesche [...] Nel volantino c’era posto per tutti i miei familiari”.

Cantone corre a metterne al corrente il procuratore Agostino Cordova, capendo che l’attacco è gravissimo. Però non riesce ad immaginare la portata di quella campagna di diffamazione. Il giorno dopo il volantino arriva a tutti i colleghi, a carabinieri e polizia, a molti avvocati e politici campani, a tutte le redazioni dei giornali, al Csm, persino a Giancarlo Caselli e Saverio Borrelli. Migliaia di volantini mandati ovunque. Per distruggere un semplice sostituto procuratore che stava svolgendo un’indagine su un’immensa truffa assicurativa, seguendone le tracce per mezza Europa.

Sono pagine impressionanti perché evidenziano con estrema limpidezza come funziona la diffamazione. Non ti si attacca frontalmente, a viso aperto. Cercano di isolarti mettendo in circolazione il virus della calunnia, certi che da qualche parte l’infezione attecchisca e il contagio si propaghi. E che a quel punto il danno sarà irreparabile. “”Meglio una calunnia che un proiettile in testa” era una frase che mi fu detta come sincero incoraggiamento da più di un collega. Ma di questo, sebbene sia un’affermazione di buon senso, non ero e non sono tanto certo. Io mi sentivo come se cercassero di farmi una cosa anche peggiore che eliminarmi fisicamente. Perché si può distruggere un uomo, annientarlo, senza nemmeno torcergli un capello. E paradossalmente è molto difficile che questo accada quando si uccide veramente”.

È questo uno dei punti più dolenti. La diffamazione ti lascia vivo fisicamente, ma annienta tutto quello che hai fatto. Come una sorta di bomba a neutrone che lascia intatte le cose mentre cancella ogni forma di vita. La vita morale di un uomo non può mai essere distrutta così radicalmente come dalla calunnia. Per questo anche chi è abituato a uccidere spesso la preferisce al piombo.

Quando entra alla Direzione distrettuale antimafia e gli viene assegnato il Casertano, c’è chi commenta: “Come al solito, Raffae’, t’hanno fatto?”. Il che in italiano si tradurrebbe con “fregato” o forse ancora meglio con “ti hanno rifilato un pacco”. “La camorra casalese veniva vista come qualcosa di molto feroce e impegnativo e al tempo stesso provinciale, di scarso prestigio”.

Ma il processo Spartacus aveva segnato una svolta e il libro è un omaggio a tutti i magistrati che l’avevano istruito e a tutti quelli che, come Cantone stesso, hanno successivamente portato avanti un impegno difficilissimo: Di Pietro, Cafiero de Raho, Greco, Visconti, Curcio, Ardituro, Conzo, Del Gaudio, Falcone, Maresca, Milita, Sirignano e Roberti.

Perché in certi territori la lotta per la legalità e la giustizia è una battaglia combattuta ad armi terribilmente impari. I clan hanno danaro, armi, uomini, coperture e collusioni a non finire. Dall’altra parte i mezzi sono limitati, la mole di lavoro è talmente enorme che bisogna essere disposti a fare straordinari che per molti non sono nemmeno pagati. Tutto il successo è sulle spalle di chi continua a voler far bene il proprio lavoro: magistrati, carabinieri, poliziotti, finanzieri. Uomini che rischiano la vita per senso del dovere e magari anche per lealtà verso i superiori che hanno saputo conquistarsi la loro fiducia, una lealtà primaria da soldati in trincea, e che non vengono ricordati quasi mai. E invece il libro di Cantone gli rende omaggio e gli concede visibilità. Uomini che spesso in territori marci sono il vero argine per contrastare lo strapotere delle mafie. Cantone si sente uno di loro: non un eroe, semplicemente un magistrato che ama il suo lavoro perché ama il diritto, crede nell’accertamento della verità.

Questo per i boss è incomprensibile. Non riescono a concepire che un magistrato persegua solo la giustizia, non personalmente loro. Che non tutti gli uomini sono uguali a loro. I boss sanno che non tutti ammazzano e che non tutti resistono al carcere. Ma sono certi che tutti vogliono danaro, fama, donne e potere. E chi non lo ammette, sta dissimulando, mentendo, imbrogliando. Così la pensa Augusto La Torre, il ferocissimo quanto intelligente capo del clan di Mondragone che l’impegno di Cantone ha messo in ginocchio. È il primo a pianificare un attentato contro di lui ed è anche uno dei primi a pentirsi. Durante gli interrogatori indulge con particolare precisione sui dettagli degli omicidi che ha commesso: la prima strage di extracomunitari a Pescopagano, il gesto con cui tappa col dito lo zampillo di sangue che esce dal buco sulla fronte dell’autista di un capozona dei Casalesi, lo strangolamento con un filo della luce di un piccolo affiliato soltanto sospettato di essere un “infame”, mentre il boss continua a ripetergli “non ti faccio niente, non ti faccio niente”.

Eppure, ragiona Raffaele Cantone con amarezza, il clan che pareva sconfitto si riforma. Meno potente, ma il territorio riprende a sottomettersi. La camorra non è possibile sconfiggerla soltanto con indagini e processi, sequestri e arresti. Raffaele Cantone oggi non lavora più alla Dda, è diventato giudice al massimario della Cassazione. Ma ha voluto dare un altro strumento per sconfiggere le mafie. Un libro in cui si racconta come si arriva a diventare uno dei principali nemici dei clan e come è fatta la vita di chi li combatte: solo per giustizia.
(2008 by Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)

Tratto da: la Repubblica

preso da antimafiaduemila

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La Camorra affitta le proprie case alla Nato

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 28, 2008


di Dora Quaranta – 27 ottobre 2008
Casal di Principe (Caserta).
Tra Casal di Principe e San Cipriano vi è una grande villa da anni affittata ad ufficiali della Nato. La situazione è davvero imbarazzante perché l’immobile è di proprietà della famiglia di uno dei più pericolosi latitanti d’Italia, Antonio Iovine, ricercato da più di 12 anni.

E’ paradossale, ha detto Franco Roberti, coordinatore della Dda di Napoli intervistato dal Corriere della Sera, che le casse della Nato alimentino quelle della Camorra. Il giudice delle indagini preliminari però ha negato il sequestro della villa perché non vi sono prove sufficienti che sia stata comprata con fondi sporchi.

Non è un fatto purtroppo isolato l’affitto di questa villa. Probabilmente vi sono altri centinaia di casi simili, avverte il colonnello dei carabinieri Carmelo Burgio, <<con introiti milionari per la malavita locale, che così riesce a riciclare in modo pulito gli introiti delle sue attività illecite. Solo l’anno scorso, nel marzo 2007, riuscimmo a sequestrare beni pari a cento milioni di euro del clan Bianco-Cervino e a localizzare una cinquantina delle loro ville, che erano state acquistate grazie ad un largo giro di truffe alle assicurazioni auto. Di queste oltre 40 erano state affittate a militari americani stanziati nelle basi Nato campane. Oggi quasi tutte sono ancora abitate da ufficiali Usa con le loro famiglie. Ma gli affitti, che sono alti per queste regioni e variano in genere dai 1.500 agli oltre 3.000 euro mensili, vanno ora ad un fiduciario dello Stato>>.

Non è facile attuare i controlli sui fitti perché, fa notare Francesco Nuzzo sindaco di Castel Volturno, <<in quest’area, in alcuni anni, c’è stato un notevole sviluppo urbanistico talvolta con una illegalità molto diffusa. Ad esempio, solo nel territorio del mio comune ci sono ben 5000 vani che non sono condonabili perché realizzati su aree gravate da usi civici, quindi demaniali>>.

La preoccupazione degli inquirenti è cercare di capire chi sono gli intermediari della Camorra presso gli americani.

da antimafiaduemila

Costruzioni abusive ce ne sono un sacco

o comprate con soldi illeciti

anche perchè non si fa grandchè nella maggior part dei casi

saranno i controlli preventivi sui territori inefficaci a quanto pare.. se ci sono

ma poi gli diamo il condono ! si premia chi ruba chi fa il disonesto !!

perchè è ben consapevole chi sta costruendo qualcosa di abusivo !

e allora ??  buttiamole giù queste case ecc così chi ha usato i soldi

se li vedrà frantumare sotto gli occhi

mentre gli occhi dei cittadini potranno riposarsi da questo abuso edilizio

Per gli immobili controllati dalla mafia .. bè o buttarli giù

e fare un progetto del comune per utilizzare quei territori liberati

oppure cederli al comune affinche ne faccia buon uso

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Blitz nel trapanese: avvocato a disposizione di Cosa Nostra

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 28, 2008




trapani2web.jpgdi Maria Loi – 27 ottobre 2008
Trapani.
Il legame mafia e politica è al centro dell’operazione condotta dalle forze dell’ordine questa mattina nel trapanese. Undici le persone raggiunte da provvedimento cautelare mentre altre dieci risultano indagate.

Tra gli arrestati anche un consigliere provinciale dell’Udc, Pietro Pellerito, un avvocato penalista del foro di Palermo, Francesca Adamo e il padre del presidente della provincia di Trapani Vito Turano per anni sindaco democristiano di Alcamo.
Anni fa Turano era finito sotto inchiesta in seguito alle dichiarazioni del pentito Armando Palmeri che aveva riferito durante il procedimento “Arca” di aver consegnato nel 2002 a Turano somme di denaro destinate al boss di Alcamo Vincenzo Milazzo, ucciso nel 1993. Turano è stato accusato anche di aver reso edificabili alcuni terreni agricoli per favorire alcune famiglie mafiose. La posizione a suo carico è stata poi archiviata. Con l’operazione di oggi Turano viene accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Un ruolo importantissimo l’avrebbe avuto anche Francesca Adamo. E’ stata lei stessa, intercettata dalle microspie, a rivelare agli inquirenti di essersi incontrata più volte ad Altofonte, un paese vicino a Palermo, con il latitante Domenico Raccuglia. La donna avrebbe avuto contatti anche con Matteo Messina Denaro e Bernardo Provenzano. Relazioni di cui l’avvocato andava fiero.
Al centro delle indagini anche la ditta “Medi cementi”, oggetto di sequestro preventivo su disposizione del gip di Palermo riconducibile al boss Diego Melodia arrestato insieme al nipote Ignazio nel blitz odierno.<<Emerge ancora una volta uno spaccato inquietante, ma non inedito, fatto di collusioni fra pezzi della politica, organizzazioni criminali e settori dell’economia”. Lo ha detto il sen. Giuseppe Lumia (Pd), commentando l’operazione di carabinieri e la polizia che hanno eseguito stamani. <<Al di là delle dichiarazioni di rito degli esponenti di quasi tutti gli schieramenti politici – ha aggiunto – contro le mafie e per la legalità, soprattutto in occasione degli anniversari delle vittime della criminalità organizzata, poi nel vissuto quotidiano manca una chiara determinazione nel recidere all’interno dei partiti questo intreccio perverso. Alla politica oggi tutti i cittadini – ha concluso Lumia – chiedono un supplemento di rigore e di trasparenza attraverso atti concreti, seppur dolorosi>>.

da antimafiaduemila

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I NEGRITA SCELGONO LA “CRITICA SOCIALE”

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 28, 2008

» 2008-10-28 17:31
MILANO – Di fronte a una realtà che assomiglia sempre più a un ‘inferno dorato’, un ‘Helldorado’, come hanno battezzato il loro nuovo album, i Negrita scelgono la strada della “critica sociale”. “Ci siamo tolti la cappa lattiginosa che, negli ultimi anni, ha indossato la società italiana dove – spiega Pau – sembra che non si possa più criticare niente e nessuno”.

Ma “se non si mette mai in discussione ciò che il potere impone dall’alto – avverte il cantante – si rischia tutti”. Per questo, “se anche altri artisti tirassero fuori il coraggio di portare certi argomenti all’attenzione della massa, o anche solo di una nicchia – sbotta – avremmo tutti da guadagnarci”. Il panorama della protesta italiana, alla band aretina, appare desolante: “Lorenzo Jovanotti dice qualcosa in ‘Safari’, Fabri Fibra nel pezzo ‘In Italia’”, ma l’elenco finisce lì. Per loro, la strada della critica non è esattamente nuova, “ma prima eravamo più velati, oggi siamo più adulti, abbiamo più consapevolezza e voglia di sentirci più significativi”.

E poi, “quando scrivi delle cose a 40 anni speri di riconoscertici anche tra 10, nella nostra carriera – ammette Pau – abbiamo scritto anche delle ‘cagate’, ma non intendiamo ripeterci”. La nuova vena di protesta del gruppo toscano affiora in brani come ‘Il ballo decadente’, con la distanza tra politici e paese reale, ‘Radio conga’, contro lavoro nero e finte illusioni, ‘Il libro in una mano, la bomba in un’altrà sul dogmatismo del Vaticano, la politica imperialista americana e la deriva integralista islamica. Ma in ‘Helldorado’, “non c’é solo critica, ma tanta voglia di voltare pagina”.

“Del disco, alla fine – continua Pau, scherzando con il titolo del primo singolo – rimane in mente il rumore della felicità, che é un po’ il sapore di tutto l’album”. Perché i Negrita non ci tengono affatto a essere catalogati come un gruppo ‘kombat’: “non lo siamo, forse lo sembriamo, ma – interviene il chitarrista Drigo – è solo perché cantiamo cose di cui nessuno parla, almeno da quando ci siamo abituati a ritenere veritiero ciò che leggiamo sui giornali e nel web”. Non a caso, una della canzoni più ‘toste’ dell’album, ‘Il libro in una mano, la bomba in un’altrà, nasce dalle riflessioni di un credente, lo stesso Drigo, che confessa amaramente di non trovarsi più a casa quando entra in chiesa.

Così, in ‘Salvation’, i Negrita arivano ad auspicare una rivoluzione, “non armata, ma assolutamente necessaria perché ormai la realtà è del tutto ‘aberrata’, l’Italia – inveisce Pau – va completamente revisionata”. Anche per questo, dallo scorso album ‘L’uomo sogna di volaré, i Negrita non hanno più smesso di viaggiare, a partire dal Sudamerica. Hanno riempito il loro rock e i loro testi di contaminazioni linguistiche e musicali, ma soprattutto hanno scoperto che “da fuori si vede meglio l’Italia” e che spesso “il terzo mondo – concludono amari – è un esempio per il primo”.

da ANSA

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