Trasparente

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Archivio per 30 Ottobre 2008

[QML] Daniele Checchi sulla ‘riforma Gelmini’

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 30, 2008

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E allora chi ha rubato l’agenda rossa?

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 30, 2008

di Giuseppe Lo Bianco

Palermo. Un uomo in borghese con una borsa di cuoio in mano,  l’espressione assorta, la gamba protesa in avanti nell’atto di camminare: la foto a colori e’ nitida, ed e’ un reperto prezioso e raro: e’ la foto di uno dei misteri italiani. Per intenderci, e’ come se fosse arrivata a noi la foto di un uomo che apre la cassaforte di Dalla Chiesa a Villa Paino la sera del suo omicidio, il 3 settembre del 1982, la foto di chi prese in consegna le carte di Moro dal covo di via Montenevoso dalle mani del colonnello Umberto Bonaventura …

… restituendone poco piu’ di due terzi, la foto della lettera letta con enfatica suspence dal bandito Giuliano e poi bruciata poco prima di partecipare alla strage di Portella della Ginestra o quella degli appunti informatici di Giovanni Falcone spariti dal suo data bank probabilmente il giorno stesso della strage di Capaci.

Per la prima volta la storia oscura d’Italia viene illuminata da un fotogramma a colori: ritrae l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli che si avvia verso la parte terminale di via D’Amelio, al confine con via Autonomia Siciliana, nel pomeriggio di tritolo e fiamme del 19 luglio del 1992. Con una borsa in mano. La borsa di Paolo Borsellino, che quel pomeriggio lascio’ la sua vita, e con lui i cinque agenti della sua scorta, sull’asfalto rovente di via D’Amelio. Dentro quella borsa, in quel momento, secondo la Procura di Caltanissetta, c’e’ un’ agenda rossa: gliel’aveva regalata l’Arma dei carabinieri, Borsellino vi annotava tutti i pensieri piu’ nascosti, registrando tutti i fatti, anche i piu’ insignificanti, che aveva vissuto dal 23 maggio precedente, da quando, cioe’, sull’autostrada di Punta Raisi, la mafia e chi se ne serve aveva strappato la vita del suo scudo umano, Giovanni Falcone.  Alle 17.20 del 19 luglio, venti minuti dopo l’esplosione, un fotografo palermitano, Franco Lannino, scatta un’istantanea destinata probabilmente ad entrare nella storia dei misteri italiani: dentro quella borsa in mano ad Arcangioli, la procura ne e’ certa ( e adesso vedremo perche’) c’e’ l’agenda che il giornalista Marco Travaglio ha definito la “scatola nera della seconda repubblica’’, nata in mezzo al tritolo delle stragi. Quasi sedici anni dopo quel pomeriggio, il primo aprile del 2008, il giudice per le indagini preliminari Paolo Scotto di Luzio proscioglie il capitano Arcangioli dall’accusa di furto dell’agenda. Una decisione destinata a chiudere la vicenda giudiziaria (anche se si attende la decisione della Cassazione sul ricorso presentato dalla procura di Caltanissetta) che pone una pietra tombale sulla ricerca della verita’. Non e’ stato Arcangioli, insomma, a farla sparire. E chi e’ stato, a distanza di tanti anni, difficilmente saltera’ fuori.

Ma come si e’ arrivati al proscioglimento del colonnello dei carabinieri? E che cosa e’ accaduto attorno alla Croma blindata di Paolo Borsellino negli attimi immediatamente seguenti l’esplosione mentre il corpo del magistrato giaceva nel cortile interno dello stabile, ai civici 19 e 21 di via D’Amelio, tra l’inferriata e il giardinetto dell’appartamento al pian terreno?

Siamo andati a leggere i verbali dell’inchiesta, abbiamo incrociato le dichiarazioni dei testimoni oculari e quella che vi offriamo e’ la ricostruzione, dettagliata e minuziosa, comprese le ritrattazioni, i cambi di versione, i vuoti di memoria (quest’ultimi per la verita’ comprensibili a distanza di 13 anni) di chi e’ stato ascoltato dalla procura perche’ quel pomeriggio era li’, vicino l’auto blindata. A partire dalla presenza dell’agenda dentro la borsa. La difesa di Arcangioli, infatti,  l’ha messa in dubbio: perche’ escludere che Borsellino, sceso dall’auto per citofonare alla madre, l’abbia portata con se’? In questo caso, evidentemente, dell’agenda non sarebbe restata alcuna traccia. Ma sia la procura che la parte civile l’hanno esclusa con un argomento difficilmente contestabile: da Villagrazia di Carini a via D’Amelio Borsellino ha guidato la sua Croma blindata ed e’ impossibile che abbia avuto modo di consultare l’agenda. Che e’ rimasta, appunto, dentro la borsa.

I TESTIMONI. Sono tre, oltre, naturalmente, Arcangioli: l’ex magistrato ed ex parlamentare Giuseppe Ayala, il giornalista Felice Cavallaro, il carabiniere di scorta ad Ayala Rosario Farinella.

Arcangioli viene interrogato una prima volta il 5 maggio del 2005 e ammette subito (non poteva fare altrimenti) di avere preso la borsa. L’ha fatto, rivela, su richiesta di uno dei due magistrati che aveva incontrato sul luogo della strage,  Giuseppe Ayala e Vittorio Teresi che lo avrebbero informato dell’esistenza di un’agenda tenuta da Borsellino. Sul posto Arcangioli incontra anche Alberto Di Pisa, magistrato di turno. Non solo: una volta presa la borsa, uno dei due magistrati l’apri’ e ‘’constatammo che all’interno non c’era alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta’’. Su richiesta di uno dei due magistrati, infine, Arcangioli ricorda di avere incaricato uno dei suoi collaboratori a depositare la borsa nell’auto di servizio ‘di uno dei due magistrati’’. ‘Ma su quest’ultimo punto non e’ certo: si tratta di un ricordo molto labile e potrei essere impreciso’’, non sa ‘’se poi veramente cio’ e’ avvenuto in tali termini’’. Ma non e’ soltanto quest’ultimo ricordo ad apparire confuso: Vittorio Teresi dira’ di essere arrivato in via D’Amelio un’ora e mezzo dopo, Alberto Di Pisa, che non era magistrato di turno, in via D’Amelio non e’ mai venuto. Entrambi  minacciano querele nei confronti di chi li chiama in causa.

Per verificare i ricordi di Arcangioli, che spiega con l’irrilevanza del contenuto della borsa la sua decisione di non redigere una relazione di servizio, la procura interroga dunque Giuseppe Ayala.

O, meglio, lo reinterroga, visto che lo aveva gia’ sentito l’8 aprile del 1998, nell’ambito di un filone di indagine sui mandanti occulti della strage. Ed in quella occasione l’ex magistrato aveva offerto la sua prima versione dei fatti:  arrivato dopo 10-15 min dall’esplosione in via D’Amelio (abitava a 150 metri, al residence Marbella) Ayala, dopo avere constatato che era Paolo Borsellino l’obbiettivo dell’attentato, aveva visto un carabiniere in divisa aprire lo sportello posteriore della Croma e prendere una borsa con tracce di bruciacchiatura. L’ufficiale gliela vuole consegnare ma lui non e’ piu’ un magistrato in servizio e quindi non puo’ riceverla,  e lo invita a trattenerla per consegnarla poi ai magistrati. In sua presenza, precisa, quella borsa non e’ mai stata aperta. E che fine abbia fatto non lo sa, poiche’ si e’ disinteressato della vicenda. La sua versione cambia il 13 settembre, dopo l’interrogatorio di Arcangioli. Non c’e’ piu’ un carabiniere che apre lo sportello posteriore sinistro, ma l’ex magistrato ricorda di averlo visto aperto, e di avere preso egli stesso la borsa bruciacchiata poggiata sul sedile posteriore e di averla affidata ad un ufficiale dei cc in divisa ‘’meno giovane di Arcangioli’’. Anche in  questo caso Ayala ribadisce di non avere mai aperto la borsa per verificarne il contenuto. Ma le due versioni sono in contrasto e la procura chiama a deporre Ayala una terza volta. E in quest’occasione l’ex magistrato si fa aiutare nel ricordo da un giornalista presente sul luogo della strage, l’inviato del Corriere della Sera Felice Cavallaro.

In quest’ultima versione, confermata dal giornalista, Ayala vede prelevare da una persona in borghese (e’ certo che non fosse in divisa) la borsa dallo sportello posteriore sinistro e gliela consegna. Lui, magistrato non in servizio, non puo’ tenerla e la gira ad un ufficiale dei cc in divisa.

‘’Il tutto dura 30 secondi, forse 1 minuto’’, ripete Ayala. La sua versione continua a restare incompatibile con quella di Arcangioli e la procura, quello stesso giorno, mette i due a confronto.

Arcangioli pero’ aggiunge qualche dettaglio: ‘’per esortazione di qualcuno che non ricordo (credo fosse Ayala) ho preso la borsa dal pianale post sinistro sono andato nel lato opposto di via D’Amelio, ho aperto la borsa, non c’era nulla di interessante, e ho rimesso (o fatto rimettere) la borsa nel sedile posteriore. Il tutto alla presenza di Ayala. C’era anche un ufficiale cc? Non ricordo’’. E Ayala infine ribadisce: ‘’non conoscevo Arcangioli e oggi lo vedo per la prima volta’’.

Dal contrasto di queste due versioni, e dagli altri elementi acquisiti, il quadro finora certo e’ il seguente:

1) Arcangioli e Ayala si occupano della borsa di Borsellino nei minuti immediatamente seguenti l’esplosione.

2) Nella borsa, nonostante le parole di Arcangioli, e’ molto probabile che ci fosse ancora l’agenda rossa (lo dichiara la vedova di Paolo Borsellino che vede il marito con l’agenda in mano a Villagrazia di Carini).

3) La borsa, nonostante le assicurazioni ricevute da Ayala, ricompare, come dice Arcangioli, nel sedile posteriore della Croma un’ora e mezzo dopo, senza l’agenda.

Ma sulla scena irrompe anche un quarto testimone. E’ Rosario Farinella, carabiniere di scorta ad Ayala, che offre una nuova, per certi versi inedita, versione: interrogato il 2 marzo 2006, Farinella ricorda di essere arrivato in va D’Amelio insieme ad  Ayala e di avere visto la Croma ‘’avvolta dalle fiamme’’,  un vigile del fuoco le sta spegnendo, le portiere tutte chiuse ma non a chiave’’. A questo punto ‘’Ayala nota una borsa sul sedile posteriore, con l’aiuto del vigile abbiamo aperto lo sportello (operazione non semplice), io ho preso la borsa e volevo darla ad Ayala, ma lui mi disse che non poteva prenderla.  Aggiunse di tenerla per qualche minuto, cosi’ mi allontanai dall’auto con la borsa verso il cratere creato dall’esplosione, e dopo 5/7 min Ayala chiamo’ un uomo in abiti civili ufficiale o funzionario di polizia, gli spiego’ che era la borsa di Borsellino. Lui disse che si sarebbe occupato della cosa e gli consegnai la borsa. Ricordo che appena presa la borsa lo stesso si e’ allontanato dirigendosi verso l’uscita della via D’Amelio, ma non ho visto dove e’ andato a metterla. Peraltro io me ne sono disinteressato…’’. Era Arcangioli, chiedono i magistrati mostrandogli la foto? ‘’Non sono in grado di riconoscere la persona che mi mostrate, non ricordo pero’ che avesse una placca metallica di riconoscimento (come quella di Arcangioli, ndr). Di questo particolare ritengo che mi ricorderei…’’.

Il racconto di Farinella spiega anche un dettaglio, uno dei tanti, sul quale Ayala e Arcangioli non sono d’accordo: secondo il primo la borsa presentava qualche bruciacchiatura, per il secondo, invece, era perfettamente integra. L’iniziale forzatura degli sportelli descritta da Farinella (e non ricordata da Ayala) spiega perche’ la borsa, protetta dentro l’auto chiusa, non prese fuoco e, quindi, si presentava integra, cosi’ come appare nella foto in cui e’ in mano ad Arcangioli. Se successivamente, quando fu ritrovata dalla Polizia era un po’ bruciata cio’ e’ dovuto ad un ritorno di fiamma descritto da un vigile del fuoco che si premuro’ di bagnare l’interno dell’auto e quindi la borsa con un idrante avvertendo la polizia.

In conclusione:

1) Ripreso dall’obiettivo di un fotografo Arcangioli si dirige con la borsa in mano verso la fine della via D’Amelio (e non sul lato opposto al portone della sorella di Borsellino, dove lo stesso ufficiale ha detto di essersi diretto)

2) In quella borsa, in quel momento, c’e’ l’agenda rossa

3) La borsa viene ritrovata sul sedile posteriore della Croma un’ora e mezzo dopo senza  l’agenda

4) Dove ha portato quella borsa? Arcangioli dice di averla aperta alla presenza di Ayala (che smentisce), di non aver trovato nulla, e di averla rimessa a posto. Ma quando il colonnello Domenico Bonavita della Dia di Caltanissetta gli chiede: ‘’ricorda se consegno’ per brevi istanti la borsa del dottore Borsellino a suoi colleghi o superiori gerarchici presenti sul luogo ovvero ad altri investigatori? Arcangioli risponde: ‘non ricordo, pertanto non posso affermare ne’ escludere che un tale fatto sia avvenuto. Comunque posso dire che se uno dei colleghi del Ros o di altro reparto mi avesse chiesto di visionare il contenuto della borsa non avrei avuto motivo di rigettare tale sua richiesta’’.

Dubbi e interrogativi che avrebbero potuto essere approfonditi nel corso di un dibattimento. Il giudice di Caltanissetta ha pero’ ritenuto diversamente, chiudendo la vicenda. E il mistero e’ destinato a restare tale.

(Articolo tratto dal numero zero 2008 di PIZZOFREE PRESS per gentile concessione dell´autore)

Tratto da: www.19luglio1992.com preso da antimafiaduemila

Tante cose non si sono sapute , non si sanno e non si sapranno …
Tante cose si sono sapute, forse si ricordano e spesso si dimenticheranno …
Tante cose si sono sapute, alcune sono false e altre lo saranno …
Tante cose si sono sapute, si sanno e si sapranno …
” A.B.


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Torna l’eversione nera?

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 30, 2008


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di Monica Centofante  – 29 ottobre 2008
Venezia
. Da esponenti dell’eversione nera a trafficanti di droga. Provengono da ambienti del Nar e di Ordine Nuovo molti degli indagati nell’inchiesta dei Ros denominata “Testuggine”, culminata ieri nel blitz scattato in Veneto, Lombardia, Liguria e altre regioni su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Venezia.

E che ha portato in carcere 20 persone, tutte accusate di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.
L’indagine in questione, avviata nel 2006, avrebbe accertato l’esistenza di una struttura criminale guidata da esponenti storici del terrorismo di estrema destra, tra i quali Angelo Manfrin, 64 anni, già condannato nel 1990 dalla Corte d’Appello di Venezia con l’accusa di associazione per delinquere in concorso con Gilberto Cavallini, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Oltre che con altri complici della banda ritenuta responsabile, tra le altre cose, dell’omicidio (risalente al 5 febbraio 1981) dei carabinieri Enea Codotto e Luigi Maronese.
Organizzatore del vasto traffico di droga destinato ai mercati veneto, emiliano e lombardo sarebbe proprio il Manfrin, il quale avrebbe coordinato la rete distributiva con basi a Rovigo, Verona, Padova, Ferrara, Modena e Milano. Supportato da Roberto Frigato, anch’egli esponente di Ordine Nuovo oltreché da noti affiliati alla Banda della Comasina di Renato Vallanzasca e alla Mala del Brenta di Felice Maniero (vedi Fiorenzo Trincanato, fiancheggiatore dei Nar). E avvalendosi della collaborazione della potente famiglia ‘ndranghetista dei Morabito, che procurava la cocaina proveniente dal Sudamerica.
Stando alle indagini, gli affiliati all’organizzazione utilizzavano “codici di copertura” e schemi tipici dei gruppi eversivi clandestini e con tutta probabilità riciclavano il denaro in Svizzera. Mentre la base logistico-operativa si trovava a Novara.
Tra gli indagati, si apprende ancora, figurerebbe anche Carmine Gallo, n. 2 della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Milano – anch’egli indagato per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti – il quale avrebbe approfittato della buona fede del collega magistrato milanese Alberto Nobili per “acquisire per vie istituzionali” informazioni poi utilizzate “in modo non consentito dalla legge”.
“Il fatto che questa gente gravitasse nell’area della destra eversiva ci mette sull’avviso – ha dichiarato ai giornalisti il capo della Dda di Venezia Vittorio Borraccetti a seguito dell’operazione – Vogliamo capire il senso della presenza di questi personaggi. Al momento siamo di fronte ad un gruppo che operava nel narcotraffico. Intendiamo comprendere se il ricavato di questa attività fosse destinato anche ad un impiego di carattere eversivo”. Sul punto è intervenuto anche il comandante del Ros, generale Giampaolo Ganzer, che ha escluso una ripresa dell’eversione di destra così come “l’abbiamo conosciuta in passato”. Aggiungendo però che le indagini proseguono perché “il numero di questi personaggi, le modalità operative ‘compartimentate’ tipiche delle formazioni terroristiche e il materiale sequestrato impongono approfondimenti su possibili finalità eversive”.
E anche se finora non sarebbero emersi elementi che confermino i sospetti di una possibile ripresa dell’eversione nera è ovvio che non possono che preoccupare intercettazioni come quella intercorsa tra Manfrin e Pierluigi Concutelli, ex leader di Ordine Nuovo, nell’ambito della quale è il secondo a parlare di soldi da “fornire a gente della destra eversiva”.

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FARCRY 2 VS CRYSIS WARHEAD part 2

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 30, 2008

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