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Dell’Utri e la mafia, una lunga Luna di miele

Pubblicato da Alex Buzzella su Dicembre 6, 2008

speriamo che finisca presto .

Processo Dell’Utri: no all’acquisizione delle carte di Reggio Calabria

5 dicembre 2008 – di Monica Centofante
Palermo
. Non saranno acquisite al processo Dell’Utri le carte trasmesse al procuratore generale Nino Gatto dalla procura di Reggio Calabria

Lo ha decretato oggi, sorprendentemente, la II sezione penale del Tribunale di Palermo presso la quale il senatore del Pdl è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa (dopo la condanna in primo grado a 9 anni di reclusione per lo stesso reato).
Nel motivare la decisione la Corte, presieduta dal Dott. Claudio Dall’Acqua, ha dichiarato che esisterebbe un problema sostanziale visto che l’imputazione per il politico è di concorso esterno con Cosa Nostra e non con la mafia calabrese e che i fatti riguardanti l’indagine di Reggio sono di questi ultimi anni, mentre le contestazioni mosse all’esponente del Pdl si fermano al 1996.
Nelle carte calabresi il nome del senatore era infatti comparso più volte nei discorsi tra boss e nel paragrafo dedicato alle sue stesse conversazioni con esponenti di vertice del clan Piromalli, uno dei più potenti casati di ‘Ndrangheta, da sempre in collegamento con Cosa Nostra. Fatto che avrebbe dovuto avvalorare la tesi secondo la quale la vicinanza del senatore Dell’Utri ad ambienti mafiosi è proseguita, in modo continuativo, anche dopo il 1996 e fino ai giorni nostri, così come è riferito nella stessa sentenza di primo grado che riporta intercettazioni effettuate a casa del boss di Brancaccio Guttadauro e risalenti all’anno 2001.
Il 2 dicembre del 2007 – si legge tra le altre cose nelle carte inviate dalla procura di Reggio a quella di Palermo – Gioacchino Arcidiaco, cugino di Antonio Piromalli, a capo della cosca in sostituzione del padre in carcere al 41bis, parla al telefono con il Dell’Utri per fissare un appuntamento a Milano, in piazza San Babila, al quale prenderà parte anche l’avv. Francesco Lima.
L’intenzione degli uomini della cosca è quella di chiedere al politico, con il quale sono in contatto grazie all‘intermediazione del faccendiere Aldo Micciché – già dirigente della Democrazia Cristiana, originario di Marapoti ma rifugiato da anni in Venezuela (dopo una condanna a 25 anni di reclusione) – alcuni favori: primo fra tutti quello di preservare l’immunità di Antonio Piromalli, che dopo l’arresto del padre era l’unico a poter guidare la ‘ndrina, pur sotto la direzione dello stesso Giuseppe Piromalli che impartiva disposizioni dal carcere.
In vista di quell’importante incontro il Micciché impartisce all’Arcidiaco precise direttive sul tipo di discorso da intrattenere per l’occasione. Su cosa chiedere e su cosa offrire in cambio, in un periodo in cui il Partito delle Libertà si sta riorganizzando.
“E’ importante che capisca chi siamo”, è la voce del Miccichè ascoltata dagli inquirenti, “fagli capire che quando Aldo era segretario provinciale della Dc tutti i comuni della provincia di Reggio, 100 erano democristiani… secondo: Aldo pigliava 105.000 voti”. “La Piana è cosa nostra facci capisciri… il Porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi, insomma! Hai capito o no? Fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi, mi hai capito?  … ”.
Gioacchino, però, non è convinto e chiede delucidazioni: “…adesso l’oggetto che… voglio capire… è stato lui a cercare noi tramite te… perché avesse bisogno di qualcosa giù”… E Micciché si spiega meglio: “Sono stato io a collocare i miei due pupilli, Gioacchino ed Antonio (Arcidiaco e Piromalli ndr.), in mano loro quando ho capito che la loro forza politica che si stava svolgendo in questo senso…”. “Ora fagli capire – prosegue – che in Calabria  o si muove sulla Tirrenica o si muove sulla Ionica o si muove al centro ha bisogno di noi … hai capito il discorso? E quando dico noi intendo dire Gioacchino ed Antonio, mi sono spiegato  ..”?
Il successivo passo dell’intercettazione spiega quale sarebbe stata una delle principali richieste che l’Arcidiaco avrebbe rivolto al senatore nell’interesse del “cugino” Antonio Piromalli. E che consisteva nel far ottenere l’immunità allo stesso Piromalli attraverso il conferimento di una funzione consolare per conto di un qualsiasi Stato estero. Che sia “russo, vietnamita, arabo, brasiliano, non mi interessa”, sottolinea Arcidiaco, “perché se c’è zio fuori e pure lui … eh … poi siamo rovinati!”

In riferimento alla presenza dell’Avv. Lima all’appuntamento Miccichè sottolinea: così “capisce che non sei l’ultimo arrivato! Mica è facile parlare con Marcello Dell’Utri, parliamo chiaro… parlare con Marcello Dell’Utri significa l’anticamera di Berlusconi”.
E ancora aggiunge: “...Lui vorrà che si facciano i centri della Libertà…” “…e tu gli dici che noi siamo a disposizione che quando deve partire l’operazione per i Centri lui deve venire incontro”.
Il giorno dopo, 3 dicembre 2007, sono ancora le intercettazioni a confermare che quella riunione è realmente avvenuta.
E’ Marcello Dell’Utri a sentirsi con l’Arcidiaco, che in presenza di Antonio Piromalli lo chiama e viene intercettato. La conversazione tra i due non solo conferma l’avvenuto incontro, ma consente di accertare quale fosse stato uno degli oggetti del summit:La piena disponibilità offerta dall’Arcidiaco all’uomo politico di organizzare le basi del partito (Circoli) nel territorio di Gioia Tauro, ed altri luoghi, e pienamente accolta dal Dell’Utri”.
Lo stesso giorno, al telefono con Arcidiaco, Miccichè riferisce di un colloquio avuto con il senatore in riferimento alla riunione tenuta poco prima. Dell’Utri “mi ha chiamato… era entusiasto”, e di Arcidiaco aveva detto: “pensa a quante cose possiamo fare… un giovane meraviglioso”.
Nel corso di quella lunga telefonata il politico del Pdl  e Micciché parlano di Berlusconi, di azioni da intestare al figlio di Marcello, di una faccenda riguardante il petrolio e del noto politico calabrese e avvocato Armando Veneto. In riferimento agli asseriti rapporti che il Veneto avrebbe con ambienti legati alla criminalità organizzata, il senatore – sorprendentemente – ritiene che siano positivi. Ma commette un errore, che il suo interlocutore si affretta a evidenziare: “Quelli che gli possono dare la copertura completa, le cose nostre sono segrete, ricordatelo, sono le persone che tu hai ricevuto (i boss della famiglia Piromalli ndr), mi hai capito o no?… che erano contro di lui”.
E della straordinaria forza di quella cosca Dell’Utri avrà piena conferma nei mesi a venire, quando potrà constatare con mano il buon andamento dell’attività posta in essere dai consociati per lo sviluppo dei Circoli della Libertà. O almeno così apparirebbe, ancora una volta, in uno dei tanti dialoghi intercorsi tra Gioacchino Arcidiaco e Aldo Micciché, nel corso dei quali è il secondo a dichiarare: “Politicamente va benissimo e bisogna incrementarli al massimo in modo tale da riuscire a fare, grazie alla riconoscenza del Senatore per i Circoli, ciò che loro intendono ottenere”.
Queste e altre compromettenti intercettazioni non sono state quindi acquisite al processo palermitano che ormai si avvicina alle battute finali. Il collegio presieduto dal Dott. Dall’Acqua ha invece ritenuto meritevoli di approfondimento i fatti raccontati alla scorsa udienza da Michele Oreste, ex collaboratore di studio dell’avvocato Alessandra De Filippis, legale del pentito pugliese Cosimo Cirfeta, morto in carcere tre anni fa. La questione ruota attorno alla presunta calunnia che Dell’Utri – secondo l’accusa – avrebbe ordito ai danni di tre pentiti palermitani, Francesco Onorato, Francesco Di Carlo e Giuseppe Guglielmini, per screditarli nel suo processo. Verranno così interrogati in aula la stessa De Filippis (come indagata di reato connesso, perché coinvolta in un’inchiesta della Dda di Bari), un altro avvocato pugliese, Carlo Falcicchio, un italiano residente a Nizza, Franco Zanetti, e Nicola Piccolino. Con loro sarà chiamato a deporre anche Renato Farina, l’ex vicedirettore di Libero, radiato dall’Ordine per la sua collaborazione con il Sismi. Secondo Michele Oreste, Farina, amico dell’avvocato De Filippis, avrebbe tenuto i contatti con Dell’Utri. Il processo è stato rinviato al 23 gennaio.

preso da www.antimafiaduemila.com

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:| se è tutto vero quello che c’è scritto ,essendo intercettazioni quindi lo sarà , è una vergogna per tutta l’Italia che ha di nuovo cannato ! Ha un altra persona ,  minimo ,  coninvolta con la mafia ! perchè è un fatto gravissimo che uno dei fondatori del partito con più elettori oggi sia coinvolto con la mafia …. bè non dimentichiamo il famoso “eroe”Mangano,condannato anche a qualche ergastolo, che lavorava per Berlusconi e presentatogli proprio da Dell’Utri !

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Il dovere di reagire di Duccio Facchini

Pubblicato da Alex Buzzella su Novembre 24, 2008

Il dovere di reagire

Da staff • Nov 24th, 2008 • Categoria: Informazione

Venerdì 21 novembre. Cinque (o forse quattro) colpi esplosi dopo una discussione accesa. Due proiettili a segno.
Un uomo che s’accascia esanime ed un rumore sordo per tutta la via. Due uomini che saltano su un’auto che s’allontana a folle velocità.
Catanzaro? Reggio Calabria? Crotone? San Luca? No: Lecco. La ricca ed opulenta Lecco. Nel suo centro. In una zona abitata e frequentata.

Il fatto che un commando composto di tre persone, probabilmente provenienti da fuori città, si sia permesso di portare a termine un’esecuzione di questo tipo è paradigmatico. Qualsiasi sia stata la matrice dell’accaduto, questi figuri si son ritenuti padroni del territorio. Intoccabili.

Nonostante il piccolo calibro utilizzato per freddare la vittima (calibro 22), tutto si può pensare fuorché l’avvertimento. Il “sta in guardia”.
Questo tipo di “lavoretto” (la minaccia) lo si lascia fare a qualche sgherro in cerca di “promozione” ed affermazione all’interno del clan. Magari in un luogo fuori mano. Da soli con l’interessato. A tu per tu. Non alla luce della mattina nel centro città. Con magari qualche telecamera intorno.
Gli individui che han sorpreso ed ucciso la vittima l’han fatto per ammazzare. Freddare. Avvisare sì, ma non lui.
Avvertire le forze dell’ordine ed i contendenti circostanti: “noi possiamo sparare il venerdì mattina in centro; questo è il minimo”.

Francesco Poerio era un uomo chiacchierato. Arrestato nel lontano ‘91 per estorsione. Poi più nulla. Nemmeno un lavoro riconosciuto ufficialmente.
E’ morto ammazzato con due colpi di pistola. Uno al polso sinistro e l’altro dritto al torace sin dentro al cuore. Il secondo è stato mortale.
Aveva 38 anni ed una famiglia. Ed un legame di parentela che non può esser ignorato, anzi. Deve esser analizzato. Sviscerato. Interpretato.
Era cugino della moglie (Simona) di Emiliano Trovato. Coco Trovato. Titolare (lei) del bar Plaza nel centro della cittadina nostrana.

La storia dei Coco Trovato nel lecchese merita un approfondimento tutto particolare.
In sintesi si potrebbero definire come la famiglia della ‘Ndrangheta più potente e operativa del nostro territorio.
Il capostipite, Franco, è stato beccato all’inizio degli anni novanta grazie all’inchiesta “Wall street” e condannato a 4 ergastoli. Gestiva locali in centro, appalti, traffico di droga e giri loschi di auto rubate. Aveva commissionato omicidi e sequestri di persona. Aveva piazzato bombe nei locali dei clan invisi e richiesto il pizzo ad alcuni commercianti.
Emiliano, il figlio di Franco, marito di Simona, la cugina di Poerio, è stato recentemente (2003) arrestato per importazione e spaccio di droga. Insieme ad altre 27 persone.
Nel 2006 è stata la volta dell’inchiesta “Soprano”. A Milano. Ancora i Coco Trovato di mezzo. La nuova reggenza. Si è scoperto che alcuni prestanome facevano i soldi riciclando frutti di traffici sporchi (anche di sangue a volte). Finirono sotto i riflettori – tra i locali “bene” – il Cafè Solaire, la discoteca Madison ed il ristorante Bio Solaire.
I Coco Trovato si conoscevano in città. Come i De Pasquale di Calolziocorte.
Nell’agosto del 2006, quattro dei sette fratelli della cosca sono usciti dal carcere grazie all’indulto.
Questo ha portato ad una decisa accelerata del potere criminale del clan di Peppino De Pasquale, compagno di spartizione territoriale insieme ai Coco.

Nel novembre del 2007, 19 persone legate alla cosca dei De Pasquale son state arrestate. Le accuse vanno dal compiere nel territorio lecchese molte attività illegali, fra le quali traffico d’armi e di droga, ricettazione di veicoli ed assegni, estorsione a danno di imprenditori, truffe alla falsificazione di documenti, recupero violento dei crediti, usura, corruzione, favoreggiamento di latitanti, induzione in errore di pubblici ufficiali, danneggiamento a seguito di incendio, violenza privata e minacce di morte.
L’operazione è stata chiamata “Ferrus Equi”. Durante quest’estate, 8 imputati hanno chiesto il rito abbreviato. Così si sono visti condannare prima ma con uno sconto di pena.
Uno tra questi, l’ex finanziere Pietro Sgroi, è stato condannato ad 8 mesi per favoreggiamento. Mentre sedeva negli uffici della Guardia di Finanza, Sgroi – secondo l’accusa – informava i De Pasquale di ogni passo o decisione delle forze dell’ordine.
I restanti 15 imputati, tra cui il capo Peppino, Ernesto e Salvatore De Pasquale hanno scelto di intraprendere il percorso del processo ordinario. Starà ai futuri avvenimenti certificarne la colpevolezza (o l’innocenza).

L’Ndrangheta c’è e se ne sentiva già da tempo l’asfissiante oppressione. In città però questo non fa molto scalpore.
E se a sparare fosse stato un romeno esagitato e non un commando di killer prezzolati? E se il movente fosse stato passionale e non dettato da logiche di spartizione del terreno d’affari? La reazione sarebbe stata eguale? Non credo proprio.

Lecco è piena zeppa d’Nrangheta. L’Ndrangheta che s’alimenta di estorsioni, appalti, droga, prostituzione, caporalato, sfruttamento del lavoro nero, pizzo e tanto altro ancora. Un’Ndrangheta che può far affidamento sull’indifferenza e la sottovalutazione del fenomeno da parte dell’opinione pubblica e dei giornali.

Ma ciò che la mafia preferisce è il silenzio. Il silenzio della politica, della stampa e della cittadinanza. Il silenzio permette di razzolare nel bel mezzo del buio.
Agevola l’oppressione e reprime il rivolgimento.

Francesco Poerio è stato ucciso dall’Ndrangheta? Secondo me sì. La dinamica è sin troppo chiara. Le finalità pure. Mi auguro, nel mio piccolo, di sbagliare. Spero sinceramente che le indagini possano svelare ben altri scenari. Tutto questo non deve e non può però impedire di parlare del fenomeno mafioso.
In questi casi è doveroso sopravvalutare il problema piuttosto che ridurlo a poca cosa, sminuirlo o paragonarlo alla rapina finita in tragedia. Il senatore della Lega Lorenzo Bodega ha dichiarato (cito dal Corriere della Sera): “Penso che quello che è accaduto venerdì e negli ultimi tempi costituisca un fenomeno isolato perché questa non è Gomorra e il tessuto economico è sano. Continuo a pensare che la vera sensazione di insicurezza sia trasmessa non da crimini di stampo mafioso ma dalla microcriminalità”.

Parliamo dell’Ndrangheta. Denunciamone la presenza e l’infiltrazione. Invochiamo maggior trasparenza e rivendichiamo il sacrosanto principio della lealtà contro l’omertà. Del coraggio dell’onestà contro la vigliaccheria mafiosa. Della legalità contro la corruzione.

Scendiamo in piazza tutti insieme, al più presto. Per dimostrare che Lecco non è indifferente. Che Lecco ripudia e respinge al mittente l’Ndrangheta. Che Lecco sa ancora discernere il giusto dal disonesto. La luce dal buio. La bellezza dalla “montagna di merda”, come la chiamava Peppino Impastato.

L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura. F. D. Roosvelt

Duccio Facchini

preso da www.quileccolibera.net/

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Per tutti quelli che credono che il nord sia perfetto

perchè possiate capire e cambiare idea  !

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Torna l’eversione nera?

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 30, 2008


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di Monica Centofante  – 29 ottobre 2008
Venezia
. Da esponenti dell’eversione nera a trafficanti di droga. Provengono da ambienti del Nar e di Ordine Nuovo molti degli indagati nell’inchiesta dei Ros denominata “Testuggine”, culminata ieri nel blitz scattato in Veneto, Lombardia, Liguria e altre regioni su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Venezia.

E che ha portato in carcere 20 persone, tutte accusate di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.
L’indagine in questione, avviata nel 2006, avrebbe accertato l’esistenza di una struttura criminale guidata da esponenti storici del terrorismo di estrema destra, tra i quali Angelo Manfrin, 64 anni, già condannato nel 1990 dalla Corte d’Appello di Venezia con l’accusa di associazione per delinquere in concorso con Gilberto Cavallini, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Oltre che con altri complici della banda ritenuta responsabile, tra le altre cose, dell’omicidio (risalente al 5 febbraio 1981) dei carabinieri Enea Codotto e Luigi Maronese.
Organizzatore del vasto traffico di droga destinato ai mercati veneto, emiliano e lombardo sarebbe proprio il Manfrin, il quale avrebbe coordinato la rete distributiva con basi a Rovigo, Verona, Padova, Ferrara, Modena e Milano. Supportato da Roberto Frigato, anch’egli esponente di Ordine Nuovo oltreché da noti affiliati alla Banda della Comasina di Renato Vallanzasca e alla Mala del Brenta di Felice Maniero (vedi Fiorenzo Trincanato, fiancheggiatore dei Nar). E avvalendosi della collaborazione della potente famiglia ‘ndranghetista dei Morabito, che procurava la cocaina proveniente dal Sudamerica.
Stando alle indagini, gli affiliati all’organizzazione utilizzavano “codici di copertura” e schemi tipici dei gruppi eversivi clandestini e con tutta probabilità riciclavano il denaro in Svizzera. Mentre la base logistico-operativa si trovava a Novara.
Tra gli indagati, si apprende ancora, figurerebbe anche Carmine Gallo, n. 2 della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Milano – anch’egli indagato per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti – il quale avrebbe approfittato della buona fede del collega magistrato milanese Alberto Nobili per “acquisire per vie istituzionali” informazioni poi utilizzate “in modo non consentito dalla legge”.
“Il fatto che questa gente gravitasse nell’area della destra eversiva ci mette sull’avviso – ha dichiarato ai giornalisti il capo della Dda di Venezia Vittorio Borraccetti a seguito dell’operazione – Vogliamo capire il senso della presenza di questi personaggi. Al momento siamo di fronte ad un gruppo che operava nel narcotraffico. Intendiamo comprendere se il ricavato di questa attività fosse destinato anche ad un impiego di carattere eversivo”. Sul punto è intervenuto anche il comandante del Ros, generale Giampaolo Ganzer, che ha escluso una ripresa dell’eversione di destra così come “l’abbiamo conosciuta in passato”. Aggiungendo però che le indagini proseguono perché “il numero di questi personaggi, le modalità operative ‘compartimentate’ tipiche delle formazioni terroristiche e il materiale sequestrato impongono approfondimenti su possibili finalità eversive”.
E anche se finora non sarebbero emersi elementi che confermino i sospetti di una possibile ripresa dell’eversione nera è ovvio che non possono che preoccupare intercettazioni come quella intercorsa tra Manfrin e Pierluigi Concutelli, ex leader di Ordine Nuovo, nell’ambito della quale è il secondo a parlare di soldi da “fornire a gente della destra eversiva”.

preso da antimafiaduemila

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‘Ndrangheta, due sindaci in cella

Pubblicato da Alex Buzzella su Ottobre 13, 2008

‘Ndrangheta, due sindaci in cella

A Gioia Tauro e Rosarno manette agli amministratori. Presi anche
due boss dei Piromalli. I pm: appalti pilotati, consulenze alla cosca,
infiltrazioni e affari sporchi

Una
consulenza al nipote del boss, lavori e delibere accomodati, appalti
pilotati, un sistema di potere consolidato. Un terremoto, quello
scatenato dalla Dda di Reggio Calabria, che ha portato in cella il
sindaco e il vicesindaco di Gioia Tauro (comune sciolto per
infiltrazioni mafiose), Giorgio Dal Torrione e Rosario Schiavone, il
sindaco di Rosarno Carlo Martelli e Gioacchino Piromalli insieme al
nipote omonimo,  ai vertici del potente casato della Piana reggina.

Per i tre amministratori l’accusa è di concorso esterno
in associazione mafiosa. Accuse che arrivano dopo lo scioglimento del
consiglio comunale di Gioia, nello scorso aprile. L’operazione
è la naturale prosecuzione  della commissione di accesso
agli atti e soprattutto dell’operazione “Cento anni di
storia”, che ha decapitato i vertici della cosca Piromalli con
l’esecuzione di 18 fermi. Proseguendo le indagini ed ampliando i filoni
riguardanti i rapporti con la pubblica amministrazione, i pm della Dda
reggina Salvatore Boemi, Roberto di Palma, Roberto Pennisi e Maria
Luisa Miranda sono giunti alla richiesta avanzata al gip dell’emissione
di cinque ordinanze di custodia cautelare.

Secondo gli inquirenti, la cosca Piromalli era diventata
“soggetto attivo dello sviluppo territoriale di Gioia
Tauro”, riuscendo pilotare il programma di recupero urbano dei
comuni e ad infiltrarsi nei lavori per la ristrutturazione della
statale 111 e
dell’A3 . In particolare, come rivelerebbero alcune
intercettazioni che il sindaco Dal Torrione avrebbe fatto modificare il
progetto dello svincolo della Salerno-Reggio per venire incontro alle
richieste della cosca. Con la regia del 74enne Gioacchino Piromalli,
ritenuto a capo di quella che è ritenuta una delle più
potenti ‘ndrine calabresi.

Altro elemento che emerge dall’accesso agli atti del comune
reggino, Dal Torrione avrebbe cercato di far acquisire a una
società mista pubblico-privata, la Tauro Ambiente, l’appalto per
la pulizia degli arenili e dell’acqua adiacente il porto cercando di
ottenere un bando di gara «blindato» per riuscirvi.
«Un interesse – scrivono i pm della Dda reggina – che si
ricollegava a quello della criminalità organizzata».

Una pratica non nuova. Dalle inchieste che si sono succedute negli
anni, i Piromalli hanno gestito gli appalti riguardanti tutti lavori
pubblici della zona (processo “mafia delle tre province”.
Dalla costruzione dell’A3 negli anni 60, alle opere relative al
Quinto centro siderurgico fino alle infiltrazioni nel porto di Gioia
(operazione Porto) e ai lavori di ammodernamento della Salerno-Reggio.
Negli anni 70, il re della ‘ndrangheta Mommo Piromalli è
stato il grande tessitore della Santa, il nuovo assetto criminale che
ha permesso alle cosche di intensificare i rapporti con il mondo della
politica e dell’imprenditoria e di entrare nella massoneria dalla
porta principale.

In una fotografia di quegli anni relativa alla cerimonia di posa
della prima pietra del centro siderurgico, Gioacchino Piromalli fu
immortalato accanto a Giulio Andreotti, ospite del suo albergo di Gioia
Tauro. Secondo i giudici, il vecchio Gioacchino sarebbe il tramite
della famiglia con le amministrazioni locali. Mentre il giovane e
omonimo avvocato è già stato condannato per associazione
mafiosa, ma anche condannato in sede civile (nell’ambito del
procedimento Porto) al risarcimento di 10 milioni di euro, la prima
sentenza in assoluto che sancisce il danno ambientale provocato dalla
criminalità organizzata su un territorio. Una vicenda di grande
portata, proseguita con un colpo di scena: l’avvocato, incapace
di pagare la cifra, chiese di essere impiegato dai comuni, che gli
affidarono una consulenza. “In spregio a qualunque norma
giuridica e morale, nonché del buon senso – scrivono i
procuratori – le due amministrazioni locali avevano espresso la
volontà di pagare consulenze all’avvocato Piromalli.  stato
così concesso alla cosca di entrare ufficialmente all’interno
dei municipi agevolando le possibilità, già ingenti, di
controllo e di indirizzo della pubblica amministrazione”.

Anche il faccendiere Aldo Miccichè è uno degli
indagati nell’inchiesta. Per Miccichè, originario di Marapoti,
un centro poco distante da Gioia Tauro, negli anni ‘80 è stato
dirigente della Democrazia cristiana. Da anni si è rifugiato in
Venezuela. Nei suoi confronti era già stato emesso un
provvedimento di fermo nell’ambito dell’inchiesta che nel luglio scorso
porto all’operazione che ha decapitato al cosca Piromalli. L’uomo
è al centro di una inchiesta della Dda su presunti brogli degli
italiani all’estero alle ultime elezioni che, secondo l’accusa,
avrebbero dovuto portare ad un’attenuazione del regime detentivo del 41
bis che Miccichè avrebbe cercato di ottenere mettendosi in
contatto con il senatore Marcello Dell’Utri. Alcune telefonate,
già riportate nel provvedimento di fermo del luglio scorso sono
riproposte nell’ordinanza di oggi. Dell’Utri era stato citato come
teste nell’inchiesta su Miccichè. Nell’ambito dell’operazione di
oggi Miccichè, è accusato di associazione mafiosa e per
lui era stata chiesta l’emissione di un’ordinanza di custodia
cautelare.

preso da liberainformazione.org

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