Saviano sfida gli avvocati dei boss


Saviano sfida gli avvocati dei boss  

8 settembre 2008
Mantova.Gli avvocati dei boss che lo vorrebbero morto sono seduti tra il pubblico del Teatro Sociale di Mantova, ma Roberto Saviano, l’autore di Gomorra che ha chiuso con un soliloquio di un’ora e mezza la dodicesima edizione del Festivaletteratura, non ha paura e li sfida.

“I vostri assistiti fateli venire direttamente, o pensate che abbia paura? Ma per niente. Noi non facciamo paura perché non abbiamo paura”, dice lo scrittore rivolgendosi ai legali di Francesco Bidognetti e Antonio Iovine (latitante da 12 anni), i due boss del Casertano che il 14 marzo di quest’anno, nel corso del processo Spartacus, nell’aula bunker di Poggioreale, hanno letto una lettera minacciosa di 60 righe contro Saviano, la giornalista del Mattino Rosaria Capacchione e l’allora pm anticamorra Raffaele Cantone, accusati di aver alterato il giudizio dei giudici. Per questo i boss hanno chiesto che il processo venisse trasferito in un altro distretto giudiziario.

Ma prima di svelare al pubblico la presenza dei due ospiti sgraditi, che ci ricordano come ‘Gomorra’ sia ovunque, Saviano è un fiume di parole, di nomi, di fatti. Lo scrittore ci porta dentro le pagine dei giornali locali campani – il Corriere di Caserta, la Gazzetta di Caserta, Cronache di Napoli – che “scandiscono i tempi della guerra che ogni giorno si compie in Sud Italia”. Ci legge i titoli, incomprensibili, perché così vogliono i boss: “Arrestato Scip, Scip”, “Don Peppe Diana era un camorrista” (sacerdote-eroe ucciso dalla Camorra che invece spinge la stampa a diffamarne la memoria trasformandolo in un camorrista, spiega Saviano), “Tommaso, il dolore dei boss”. “Questi poteri non vogliono essere svelati tra le persone”, dice Saviano che invece col suo libro ha portato allo scoperto questo mondo occulto. E, dice al pubblico, sono stati i lettori a decretare il successo di ‘Gomorra’ perché è stato “il lettore ad aver messo paura ai poteri”.

“Uno dei motivi per cui sono odiato – spiega – è perché per loro ho diffamato la nostra terra. Camorra e ‘Ndrangheta non esistono, dicono, sono imprenditori attaccati da ciarlatani, cioè i pentiti. I morti? Faide familiari”. “Quando denunci – e ciò vale anche per la gente comune, non solo per lui, scrittore – vieni visto come uno che si sente migliore e per questo vieni disprezzato”.

Ma Saviano parla anche di quei “695 giorni, 11.120 ore” che ha già trascorso sotto scorta. “E’ una condizione strana che viviamo in tanti in questo paese che ha il più alto numero di scortati. Non prendi più un treno, non entri più in una macchina che non sia blindata. Le vite delle persone a cui vuoi bene si svolgono senza di te”. E poi racconta del “sogno di una casa”. Impossibile da affittare per lui. Nessuno, infatti, vuole avere come vicino un ricercato dalla Camorra. Perfino a Roma, lontano dalla ‘sua’ Napoli, Saviano ha fatto fatica a trovare casa.

A volte, confessa Saviano, si chiede perché l’ha fatto, perché ha scritto quel libro. Ma poi capisce che è stato giusto perché quel libro l’hanno letto in tanti e “significa che milioni di occhi ora vedono, chi scrive non è più solo”. E cita una poesia del poeta turco Nazim Kikmet, condannato a 28 anni in carcere per le sue attività anti-naziste. Poesia “che mi piace perché non è disperante”: “Il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni / non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto”. “Il peggio – conclude Saviano – è quando la prigione la portiamo dentro di noi”.

APCOM
preso da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/8856/48/

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Pubblicato su informazione, mafia

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