Anna Politkovskaja, forte come la verità


09.10.2008 | di Anna Foti

Anna Politkovskaja, forte come la verità

Anna Politkovskaja

Anna Politkovskaja

«
Sensibile al dolore degli oppressi, incorruttibile, glaciale di fronte
alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un
modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti, i quattrini, la
carriera: la sua era sete di verità, e fuoco indomabile. »

– André Glucksmann, filosofo francese, su Anna Politkovskaja in
un ricordo pubblicato su “Il Corriere della Sera” il 3 dicembre 2006

Anche
in russo il suo nome è ormai noto, ma non per i riconoscimenti
ricevuti nel campo del giornalismo internazionale. А́нна Степа́новна
Политко́вская, Anna Stepanovna Politkovskaja, nata a  New York il
30 agosto 1958 e morta a Mosca il 7 ottobre 2006, vittima di un agguato
presso la sua abitazione, è nota per aver esercitato la
professione giornalistica nel segno della ricerca della verità
dei fatti. Una professione che ha pagato con la vita. Due anni fa la
Russia, la Cecenia e il mondo rimanevano attoniti per la notizia del
suo omicidio legato al suo impegno per un’informazione libera
nella Russia di Putin, per la verità sugli intrecci tra la
criminalità organizzata e gli organismi di sicurezza e sulla
guerra in Cecenia, per le violazioni dei diritti umani da parte del
governo russo in Cecenia, in Inguscezia e Daghestan.

Una scomparsa che ancora non ha raggiunto una completa
verità giudiziaria, nonostante l’impegno di avvio di
un’approfondita indagine proclamato all’indomani dell’omicidio
dall’allora presidente Vladimir Putin, che ha definito la professione
di Anna Politkovskaja molto nota in Occidente e poco influente sulla
vita politica russa. Solo tre persone sono state arrestate mentre
ancora nulla circa l’esecutore materiale del delitto. Il suo assassinio
ha colpito il cuore dell’informazione libera, coraggiosa e
indipendente. A definirlo un crimine selvaggio è lo stesso ex
presidente Mikhail Gorbacev. Il suo assassinio ha decretato la vittoria
della censura come strumento di insabbiamento di verità scomode,
della repressione come strumento di controllo delle coscienze. Ma
c’è anche chi crede che la sua morte sia stata cercata per altri
fini. Tra questi vi è l’editorialista della Delobaya Gazeta,
Oleg Kashin, “non esiste alcuna verità così terribile da
condannare a morte un giornalista” e dunque l’unico obiettivo degli
assassini era quello di “scioccare la società e destabilizzare
il Paese”.

Il 7 ottobre di due anni fa il suo corpo veniva ritrovato esanime
nell’ascensore del palazzo dove risiedeva. L’8 ottobre, la polizia
russa già sequestrava il suo computer e tutto il materiale
dell’inchiesta di cui, dichiarava qualche giorno dopo l’editore della
Novaja Gazeta Dmitry Muratov, la Politkovskaja stava per pubblicare, un
lungo articolo relativo alle torture commesse dalle forze di sicurezza
cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov (chiamate
dispregiativamente kadiroviti). Solo alcuni appunti venivano salvati e
pubblicati dallo stesso quotidiano il giorno dopo.

Prima di approdare al quotidiano di ispirazione liberale, Novaja
Gazeta, presso il quale lavorava al momento dell’assassinio, Anna
Politkovskaja cominciava nel 1982 la sua attività giornalistica,
collaborando al famoso giornale moscovita Izvestija fino al 1993.
L’attività di cronista, in qualità di responsabile della
Sezione Emergenze/Incidenti e come assistente del direttore Egor
Jakovlev, la impegnò dal 1994 al 1999 presso il quotidiano
Obščja Gazeta. Intanto già collaborava con altre radio e
TV libere. Il suo primo incarico di inviata in Cecenia fu nel 1998,
quando intervistò Aslan Mashkadov, all’epoca neo-eletto
Presidente di Cecenia.

Il rischio cui era esposta era a lei chiaro fin dal principio,
quando subiva minacce di morte, quando le intimidazioni di Sergel
Lapin, un ufficiale di polizia di cui lei aveva denunciato
comportamenti criminosi contro la popolazione civile in Cecenia e che
dopo svariate interruzioni processuali sarebbe stato condannato per
abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno, l’avevano
costretta a fuggire a Vienna. Era lucida la sua consapevolezza, come
lucido era il suo senso di responsabilità verso la verità
e le vittime delle vergogne che le sue ricerche approfondite le
ponevano sotto gli occhi. Lo sapeva e lo denunciava pubblicamente, come
fece in occasione della conferenza di Reporter senza Frontiere nel
dicembre del 2005 a Vienna. Articoli, libri tradotti anche in italiano
tra cui “Cecenia. Il disonore russo” (Fandango 2003) e “Diario russo”
(Adelphi 2007), per descrivere, denunciare accendere i riflettori
sull’operato di un governo, quello russo, che non rispettava i diritti
umani e, ovviamente, non gradiva che ciò fosse divulgato, specie
se a farlo era un racconto attendibile, approfondito e accreditato.

E infatti il racconto che Anna scriveva della guerra non tralasciava
nessun particolare e non escludeva alcuna voce, ecco perchè
è stato violentemente spezzato. Durante i suoi frequenti viaggi
in Cecenia, Anna Politkovskaja, raccoglieva le testimonianze di
militari russi come di civili ceceni e sosteneva le famiglie della
vittime nei campi profughi, denunciando le gravi connivenze tra il
governo russo e gli ultimi due Primi Ministri ceceni, Ahmad Kadyrov e
suo figlio Ramsan, entrambi sostenuti da Mosca.

La sua professionalità e la sua dedizione alle tematiche
inerenti i diritti umani l’avevano consegnata alle ribalte
internazionali attraverso prestigiosi riconoscimenti, quali il Premio
dell’Unione dei Giornalisti Russi (2001), Global Award for Human Rights
Journalism (Amnesty International – 2001) Courage in Journalism Award
(International Women’s Media Foundation – 2002)  e da ultimo un
riconoscimento postumo, anche italiano, ossia il Premio Internazionale
Tiziano Terzani (2007). Ma tutto questo era poca cosa rispetto ai
rischi che sapeva di correre e che non sono comunque riusciti a
sottrarla alla sua vocazione di raccontare. Anna Politkovskaja sapeva
bene di essere in pericolo come sapeva di essere negoziatrice
privilegiata nella guerriglia cecena, come sapeva di essere ritenuta
autorevole fonte di informazione anche se ciò non doveva essere
noto. E’ lucida l’analisi cha offre in un saggio, pubblicato postumo lo
scorso anno, in cui scrive:
«Sono una reietta. È
questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia
e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e
sul conflitto ceceno.

A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle
iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del
Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere
delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari
accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto
conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non
possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti
che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono
felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere
e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È
una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci”.

Ma neanche questa lucidità ha cancellato la sua sete di
verità, ha fermato il suo cammino verso la sua comprensione e la
sua condivisione. Ha fermato il suo cammino verso una morte annunciata
e cagionata da un’ingiustizia che ancora miete vittime perchè i
carnefici rimangono ancora in libertà. Intanto in Russia i
giornalisti e difensori dei diritti umani continuano a rappresentare
delle categorie a rischio. Amnesty International, nel comunicato
diffuso in occasione dela secondo anniversario dell’omidicio, ha
sollecitato il governo russo a porre fine all’impunità nei
confronti delle violenze commesse contro i difensori dei diritti umani
e i giornalisti indipendenti.

www.strill.it

preso da liberainformazione.org

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La vita… è la poesia preferita dell'universo

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