Il dovere di reagire di Duccio Facchini


Il dovere di reagire

Da staff • Nov 24th, 2008 • Categoria: Informazione

Venerdì 21 novembre. Cinque (o forse quattro) colpi esplosi dopo una discussione accesa. Due proiettili a segno.
Un uomo che s’accascia esanime ed un rumore sordo per tutta la via. Due uomini che saltano su un’auto che s’allontana a folle velocità.
Catanzaro? Reggio Calabria? Crotone? San Luca? No: Lecco. La ricca ed opulenta Lecco. Nel suo centro. In una zona abitata e frequentata.

Il fatto che un commando composto di tre persone, probabilmente provenienti da fuori città, si sia permesso di portare a termine un’esecuzione di questo tipo è paradigmatico. Qualsiasi sia stata la matrice dell’accaduto, questi figuri si son ritenuti padroni del territorio. Intoccabili.

Nonostante il piccolo calibro utilizzato per freddare la vittima (calibro 22), tutto si può pensare fuorché l’avvertimento. Il “sta in guardia”.
Questo tipo di “lavoretto” (la minaccia) lo si lascia fare a qualche sgherro in cerca di “promozione” ed affermazione all’interno del clan. Magari in un luogo fuori mano. Da soli con l’interessato. A tu per tu. Non alla luce della mattina nel centro città. Con magari qualche telecamera intorno.
Gli individui che han sorpreso ed ucciso la vittima l’han fatto per ammazzare. Freddare. Avvisare sì, ma non lui.
Avvertire le forze dell’ordine ed i contendenti circostanti: “noi possiamo sparare il venerdì mattina in centro; questo è il minimo”.

Francesco Poerio era un uomo chiacchierato. Arrestato nel lontano ‘91 per estorsione. Poi più nulla. Nemmeno un lavoro riconosciuto ufficialmente.
E’ morto ammazzato con due colpi di pistola. Uno al polso sinistro e l’altro dritto al torace sin dentro al cuore. Il secondo è stato mortale.
Aveva 38 anni ed una famiglia. Ed un legame di parentela che non può esser ignorato, anzi. Deve esser analizzato. Sviscerato. Interpretato.
Era cugino della moglie (Simona) di Emiliano Trovato. Coco Trovato. Titolare (lei) del bar Plaza nel centro della cittadina nostrana.

La storia dei Coco Trovato nel lecchese merita un approfondimento tutto particolare.
In sintesi si potrebbero definire come la famiglia della ‘Ndrangheta più potente e operativa del nostro territorio.
Il capostipite, Franco, è stato beccato all’inizio degli anni novanta grazie all’inchiesta “Wall street” e condannato a 4 ergastoli. Gestiva locali in centro, appalti, traffico di droga e giri loschi di auto rubate. Aveva commissionato omicidi e sequestri di persona. Aveva piazzato bombe nei locali dei clan invisi e richiesto il pizzo ad alcuni commercianti.
Emiliano, il figlio di Franco, marito di Simona, la cugina di Poerio, è stato recentemente (2003) arrestato per importazione e spaccio di droga. Insieme ad altre 27 persone.
Nel 2006 è stata la volta dell’inchiesta “Soprano”. A Milano. Ancora i Coco Trovato di mezzo. La nuova reggenza. Si è scoperto che alcuni prestanome facevano i soldi riciclando frutti di traffici sporchi (anche di sangue a volte). Finirono sotto i riflettori – tra i locali “bene” – il Cafè Solaire, la discoteca Madison ed il ristorante Bio Solaire.
I Coco Trovato si conoscevano in città. Come i De Pasquale di Calolziocorte.
Nell’agosto del 2006, quattro dei sette fratelli della cosca sono usciti dal carcere grazie all’indulto.
Questo ha portato ad una decisa accelerata del potere criminale del clan di Peppino De Pasquale, compagno di spartizione territoriale insieme ai Coco.

Nel novembre del 2007, 19 persone legate alla cosca dei De Pasquale son state arrestate. Le accuse vanno dal compiere nel territorio lecchese molte attività illegali, fra le quali traffico d’armi e di droga, ricettazione di veicoli ed assegni, estorsione a danno di imprenditori, truffe alla falsificazione di documenti, recupero violento dei crediti, usura, corruzione, favoreggiamento di latitanti, induzione in errore di pubblici ufficiali, danneggiamento a seguito di incendio, violenza privata e minacce di morte.
L’operazione è stata chiamata “Ferrus Equi”. Durante quest’estate, 8 imputati hanno chiesto il rito abbreviato. Così si sono visti condannare prima ma con uno sconto di pena.
Uno tra questi, l’ex finanziere Pietro Sgroi, è stato condannato ad 8 mesi per favoreggiamento. Mentre sedeva negli uffici della Guardia di Finanza, Sgroi – secondo l’accusa – informava i De Pasquale di ogni passo o decisione delle forze dell’ordine.
I restanti 15 imputati, tra cui il capo Peppino, Ernesto e Salvatore De Pasquale hanno scelto di intraprendere il percorso del processo ordinario. Starà ai futuri avvenimenti certificarne la colpevolezza (o l’innocenza).

L’Ndrangheta c’è e se ne sentiva già da tempo l’asfissiante oppressione. In città però questo non fa molto scalpore.
E se a sparare fosse stato un romeno esagitato e non un commando di killer prezzolati? E se il movente fosse stato passionale e non dettato da logiche di spartizione del terreno d’affari? La reazione sarebbe stata eguale? Non credo proprio.

Lecco è piena zeppa d’Nrangheta. L’Ndrangheta che s’alimenta di estorsioni, appalti, droga, prostituzione, caporalato, sfruttamento del lavoro nero, pizzo e tanto altro ancora. Un’Ndrangheta che può far affidamento sull’indifferenza e la sottovalutazione del fenomeno da parte dell’opinione pubblica e dei giornali.

Ma ciò che la mafia preferisce è il silenzio. Il silenzio della politica, della stampa e della cittadinanza. Il silenzio permette di razzolare nel bel mezzo del buio.
Agevola l’oppressione e reprime il rivolgimento.

Francesco Poerio è stato ucciso dall’Ndrangheta? Secondo me sì. La dinamica è sin troppo chiara. Le finalità pure. Mi auguro, nel mio piccolo, di sbagliare. Spero sinceramente che le indagini possano svelare ben altri scenari. Tutto questo non deve e non può però impedire di parlare del fenomeno mafioso.
In questi casi è doveroso sopravvalutare il problema piuttosto che ridurlo a poca cosa, sminuirlo o paragonarlo alla rapina finita in tragedia. Il senatore della Lega Lorenzo Bodega ha dichiarato (cito dal Corriere della Sera): “Penso che quello che è accaduto venerdì e negli ultimi tempi costituisca un fenomeno isolato perché questa non è Gomorra e il tessuto economico è sano. Continuo a pensare che la vera sensazione di insicurezza sia trasmessa non da crimini di stampo mafioso ma dalla microcriminalità”.

Parliamo dell’Ndrangheta. Denunciamone la presenza e l’infiltrazione. Invochiamo maggior trasparenza e rivendichiamo il sacrosanto principio della lealtà contro l’omertà. Del coraggio dell’onestà contro la vigliaccheria mafiosa. Della legalità contro la corruzione.

Scendiamo in piazza tutti insieme, al più presto. Per dimostrare che Lecco non è indifferente. Che Lecco ripudia e respinge al mittente l’Ndrangheta. Che Lecco sa ancora discernere il giusto dal disonesto. La luce dal buio. La bellezza dalla “montagna di merda”, come la chiamava Peppino Impastato.

L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura. F. D. Roosvelt

Duccio Facchini

preso da www.quileccolibera.net/

_________
Per tutti quelli che credono che il nord sia perfetto

perchè possiate capire e cambiare idea  !

vedi :  Dossier _’Ndrangheta a Lecco_#7E45

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3 comments on “Il dovere di reagire di Duccio Facchini
  1. trasparente ha detto:

    aggiornamento da QuiLeccoLibera

    Scusate l’interruzione
    1 Dicembre 2008

    Cittadine e cittadini lecchesi: scusate l’interruzione.
    Da quel che emerge dalle indagini pare che l’Ndrangheta non rientri nell’omicidio di Francesco Poerio dello scorso venerdì 21 novembre.
    Un piccolo imprenditore di trent’anni circa (come riportato da Merate On Line) di nome Michele Zito risulta ormai braccato dagli investigatori.
    Mi ero sbagliato. Tornate pure a dormire. Qui la mafia non esiste. Erano tutte panzane per fare “presa nell’opinione pubblica”.

    ALT

    Per l’ennesima volta: smettiamola di sottovalutare il fenomeno mafioso nel territorio.
    Indipendentemente dagli esiti e dai responsi delle indagini riguardanti l’omicidio di Francesco Poerio non si deve e non si può sminuire il livello d’infiltrazione ‘ndranghetista in città. Non bisogna commettere questo sbaglio. Sbaglio che non fa che fortificare la malavita.
    Come affermavo nel precedente scritto (intitolato “Il dovere di reagire”) l’ultima cosa da fare è legare indissolubilmente l’accaduto ad un’eventuale debolezza della ‘Ndrangheta. Se realmente si dovesse scoprire che il fattaccio sia dovuto ad una lite tra caratteriali non vedo perché abbassare o “regolare per difetto” il grado d’attenzione incentrato sulla malavita.
    Se s’è fatto un collegamento logico tra l’omicidio e la parentela (e la relativa sfilza di dati elencati ne “L’Ndrangheta a Lecco”) della vittima è stato solo per parlare dell’Ndrangheta. Dei suoi traffici, delle sue condanne, di alcuni dei suoi nomi noti (come la famiglia Coco Trovato) e dei suoi beni confiscati e mai assegnati (come la pizzeria Wall Street). E’ lei (l’Ndrangheta) la vera osservata speciale.
    Non tanto dell’uccisione del singolo quanto della distorsione della realtà economica, sociale e culturale del nostro territorio. Che riguarda tutti noi.

    Francesco Poerio non è morto per ‘Ndrangheta? Come cittadino ne sono sollevato.
    Questo però non scalfisce minimamente quel che rappresenta a Lecco la malavita d’origine calabrese.

    Chi lo dovesse credere o (peggio ancora) far credere commetterebbe un errore. Più o meno colposo.

    Duccio Facchini

    preso da http://www.quileccolibera.net/

  2. lesitaliens ha detto:

    In effetti, la mafia ha mille facce, a volte proprio quella del vicino di casa.

  3. Alex Buzzella ha detto:

    già … e la cosa più sbagliata è non parlarne o fare finta di niente o screditare chi da una mano a conoscere le cose :
    “Qui Cavalli con tutto rispetto non lo conosce veramente nessuno …
    chi è Cavalli, mai sentito nominare, sarà anche bravissimo bravisimo attore mah …” Castelli ad Exit, puntata

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