”Uccido da quando avevo otto anni”


bambinosoldato-web0.jpg ”Uccido da quando avevo otto anni”

di Vincenzo Tessandori – Intervista ad ex-bambino soldato – 29/01/2009

Nooo!… Non voglio!», ha urlato. Il sole non era ancora sorto, l’altra mattina, e lui si era destato di soprassalto. Gli capita spesso, di uscire dall’incubo.

«È una maledizione», mormora mentre ti fissa con occhi che paiono cercare in un passato che non vuol passare e nei quali indovini lacrime antiche. Aveva appena rivisto se stesso in un villaggio senza nome, con la gente riunita in mezzo a uno spiazzo. Per essere ammazzata. E lui era lì che stringeva nelle piccole mani un mitra Ak-44. Non aveva ancora 9 anni, quel giorno. E premette il grilletto. Chissà quante altre volte lo ha fatto. «Non lo so, non lo ricordo. Tante… ». Ora il ricordo di quei massacri lo perseguita la notte.
Ibraim Bangora è sulla soglia dei 20 anni, sopravvive in una capanna a poche miglia da Freetown. Due cose gli appartengono, dice: un passato terribile e un futuro cattivo. Un giorno dell’ultimo febbraio dell’altro millennio quel villaggio venne investito dal soffio della valanga che aveva già sepolto la vicina Liberia. Erano i diamanti ad aver portato lì le fiamme di una guerra civile che si sarebbero spente nel 2002.
Arrivarono all’alba. Il villaggio era alle porte di Koidu, nel distretto di Kono, cuore profondo del Paese. Non più di trenta armati. «Urlavano, sparavano, incendiavano». Lui non capiva perché, non lo ha mai saputo e ormai non gli interessa: «Non c’è niente da capire», sostiene. Aveva otto anni e mezzo, aiutava la famiglia: i genitori, il fratello Emos di 14 anni, e la sorella Santik, di 10 e mezzo. Un gruppo di sette o otto irruppe nella capanna. «Spararono su mio padre e mia madre, afferrarono mia sorella. Emos tentò di difenderla, spararono anche a lui». Santik cercò di divincolarsi, la sbatterono a terra, la violentarono, uno dopo l’altro. Attraverso un sudario di lacrime Ibraim vedeva tutto. Quello che sembrava il capo lo afferrò alla gola: «Hai visto che cosa abbiamo fatto a tuo fratello? Se non impari a prendere in mano un’arma, farai la stessa fine. E ammazziamo anche tua sorella». Se lo portarono via. Da quel villaggio ne avevano razziati altri cinque. La colonna puntava sulla capitale lontana oltre 300 chilometri e, dietro, si lasciava lutti e rovine. I bambini erano costretti a bere il «kenjus», un intruglio dagli effetti allucinogeni, e a subire l’«addestramento» per prendere confidenza con le armi. Per riuscirci erano costretti a sparare su poveracci strappati dalle capanne di villaggi di cui a nessuno importava conoscere il nome. «Ho perso il conto della gente che abbiamo dovuto ammazzare, io e gli altri». Spesso erano costretti a violentare le bambine catturate.
Nove mesi d’inferno, impossibile fuggire. Eppure, Kamara, uno del gruppo, un giorno scappò. Lo ripresero. E i suoi amici furono costretti a ucciderlo. «Perché la lezione doveva servire da esempio per tutti. Io piangevo e lui piangeva. Poi quelli mi ordinarono di sparare, sennò ammazzavano anche me. E premetti il grilletto». Ma da quel girone si doveva uscire e una notte anche lui scappò, con tre compagni. Volevano tornare al loro villaggio ma neppure sapevano dove si trovassero. C’era la boscaglia e c’erano tratti desertici. «Ovunque vedevo ragazzi e ragazze terrorizzati che fuggivano, come noi». Raro che a quei disperati-bambinosoldato-web.jpgbambini qualcuno regalasse del cibo. E, forse, qualcuno fece la spia. Allo «svincolo Waterloo», non lontanissimo da Freetown, caddero nelle mani di altri armati. «Per radio lo dissero al gruppo da cui eravamo fuggiti, e quelli risposero: “Sì, sono loro. Gli va data una punizione esemplare”». A Ibraim tagliarono le mani, agli altri piantarono i coltelli negli occhi. Poi li abbandonarono, lì, sul ciglio di quella pista che non portava da nessuna parte.
Lui si trascinò fino a Longhi, dove un medico gli cauterizzò i moncherini. Appena poté, riprese la via del ritorno, vagò anni, infine, nel 2001 arrivò al suo villaggio e gli dissero che Santik l’avevano uccisa subito. Ora era solo, con quelle sue braccia inutili, la sua disperazione infinita. Tornò verso la capitale, incontrò padre Berton, un sacerdote che in un passato remoto si è tirato su le maniche e non le ha più abbassate: oggi, a quasi 80 anni, fa andare avanti un orfanotrofio che raccoglie 1100 bambini. E ha bisogno di tutto. «Proprio tutto». Come l’«Ospedale 34», gestito dai militari di Freetown, l’unico a dar l’impressione di funzionare, sia pure in un’indigenza totale. Gli aiuti, raccolti dalla Pro-loco «Le Grazie» di La Spezia e dalla filiale delle Grazie della banca Carispe (conto corrente 001102, IBAN IT20G0603049811000001102C00), verranno inviati in Sierra Leone, con un container e con la «Number Five», un 17,50 metri, ribattezzato «Goletta Children», equipaggio: sette uomini di buona volontà. «Non siamo un’associazione o un’organizzazione. Raccogliamo quanto possibile: medicinali, attrezzature mediche. Consegniamo tutto nelle mani di padre Berton e, all’ospedale, in quelle del dottor Cyril Kamara», dice Francesco Ferrara, 62 anni, con Marco Piccinini titolare della «Marine Engineering» cui appartiene l’imbarcazione. Ferrara è un palombaro ed è stato incursore in Marina: con sei compagni sarà lui a mettere la prua sulle Colonne d’Ercole e poi verso sud.
In quell’orfanotrofio Ibraim aveva visto un tenue raggio di luce. Piano piano ha «cominciato a sopravvivere». Ora è un uomo, vende borse di tela per la strada, ha imparato a usare i moncherini come fossero mani. Li agita, afferra gli oggetti, sorride appena quando solleva una lattina di Coca Cola e se la porta alle labbra. Ogni tanto getta loro un’occhiata divenuta ormai distratta. Ha lasciato l’orfanotrofio dove ogni branda è preziosa, ma spesso torna e ricorda l’inferno che ha attraversato. Quando si addormenta, ha paura e teme di svegliarsi urlando: «Nooo!….».

Tratto da: LA STAMPA

preso da Antimafiaduemila


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Pubblicato su Guerre, informazione

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