Le stragi: verita’ ancora possibile?


di Lorenzo Baldo – 1 giugno 2009
Palermo.
In un incontro pubblico che si è tenuto lo scorso 28 maggio presso il Kursaal Tonnara Bordonaro si è discusso della verità ancora mancante dietro le stragi del ’92 e del ’93 e del mistero dei cosiddetti mandanti occulti. Titolo: “Le stragi: verità ancora possibile?”.

Prima tappa di un ciclo di appuntamenti realizzati dalla libreria Kursaal Kalhesa.
I giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza hanno intervistato il vice presidente della commissione parlamentare antimafia Fabio Granata, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e il leader del movimento “Un’altra storia” Rita Borsellino (ora candidata alle Europee con il PD).
L’appuntamento è all’aperto, vicino al mare. Alle 10 di sera l’aria è pungente. Ma è un altro tipo di freddo quello che penetra dentro. Prima dell’intervista viene proiettata una “memoria per immagini” di Falcone e Borsellino, un breve documento visivo realizzato da Ernesto Scevoli, su un’idea di Sandra Rizza e Peppino Lo Bianco.
La musica di Bach accompagna le immagini strazianti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Immagini per alcuni versi inedite che si sovrappongono quelle di Paolo Borsellino mentre parla alla Biblioteca comunale dopo la strage di Capaci. Il video termina poi con Falcone e Borsellino a palazzo di giustizia che, a rallentatore, si allontanano mentre parlano tra di loro.
Si riaccendono le luci. Sandra Rizza prende la parola ricordando che “la seconda Repubblica è nata sulle stragi”. Misteri su misteri che vedono il computer di Giovanni Falcone violato e manipolato poco dopo il suo assassinio, così come la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino avvenuta pochi minuti dopo l’eccidio.
Ed è Rita Borsellino la prima a rispondere alla domanda sulla strage di via d’Amelio. “Quando mi ammazzeranno non sarà stata solo Cosa Nostra”, esordisce la Borsellino citando la frase di suo fratello così da far comprendere il suo pensiero sugli ideatori di quell’eccidio. Dopo la strage di Capaci “Paolo era depositario di una verità che non doveva venire alla luce” spiega ancora Rita addentrandosi nei meandri di quella scellerata “trattativa” Stato-Mafia a cui si sarebbe opposto con tutte le sue forze lo stesso Paolo Borsellino.
Ed è il dubbio che “si voglia costruire una verità su misura” quello che batte in testa alla leader di “Un’altra storia”. Così come quando si domanda “perchè Gaspare Spatuzza si decide a parlare solo dopo 17 anni?…” senza riuscire a darsi una spiegazione oggettiva.
Sandra Rizza riprende il filo del discorso partendo dall’archiviazione del 2001 di Dell’Utri e Berlusconi indicati all’epoca come possibili mandanti esterni nelle stragi del ’92. Indagini poi arenate, “scippate”. Ma per quale ragione?
“Noi ci dobbiamo chiedere come mai non si è scoperta la verità su quelle stragi – replica Antonio Ingroia – dopodichè dobbiamo capire se questo sia frutto di incapacità della magistratura, dell’insufficienza dei mezzi a disposizione o di qualcos’altro”.
“Le verità più difficili da affrontare dietro a queste stragi e alle altre stragi – prosegue il procuratore aggiunto di Palermo – sono verità che chiamano in causa non solo le organizzazioni criminali ma anche pezzi della nostra società <<per bene>>, pezzi delle istituzioni che con la mafia hanno fatto affari”. “Le verità difficili non possono essere individuate solo da magistratura e forze dell’ordine, serve anche una compartecipazione della società civile, un impegno collettivo… queste verità possono essere conquistate solo se c’è un popolo che le vuole sapere!”.
Per Ingroia è realmente squalificante che non sia mai stata istituita una commissione di inchiesta sulle stragi del ’92 e del ’93.
Il vicepresidente della commissione antimafia Fabio Granata interviene affermando che comunque “tutte le commissioni parlamentari non hanno risolto un granchè…”. Subito dopo però Granata si impegna pubblicamente a promuovere personalmente il progetto di una commissione di inchiesta sulle stragi.  “La mafia ha bisogno dei contatti con il potere – sottolinea  – e le stragi del ’92 e del ’93 nascono dalla fine di un assetto di potere”.
Peppino Lo Bianco torna ad occuparsi dell’agenda rossa di Paolo Borsellino chiedendo ad Antonio Ingroia il significato della sua scomparsa. Il magistrato che per tanto tempo ha lavorato al fianco di Paolo Borsellino ricorda il suo stupore di fronte alla notizia che il suo “maestro” avesse avuto una sorta di diario personale e che questo fosse stato rubato dalla scena del delitto.
Quello stesso stupore che aveva avuto Paolo Borsellino all’indomani della pubblicazioni dei diari di Giovanni Falcone sul Sole24 Ore.
All’epoca Borsellino aveva esclamato: “Io devo capire a cosa si riferiva… dietro ad ogni parola di Falcone può esserci la chiave per capire la sua strage…”. Il procuratore aggiunto fa una pausa. “Quelle parole di Paolo Borsellino mi sono rimaste impresse – scandisce lentamente Antonio Ingroia – e quando seppi di Borsellino e della sua agenda scomparsa pensai che Paolo aveva la necessità di scrivere segreti e verità. Ecco perché io penso che in quell’agenda ci sia la chiave anche per la strage di via D’Amelio…”.
Per Ingroia quell’agenda può contenere “qualche verità imbarazzante”, ma soprattutto “è improbabile che sia stata distrutta” in quanto è più logico pensare che “sia in mano a qualcuno che la possa usare come arma di ricatto”.
“La verità sulle stragi fa paura – prosegue il procuratore aggiunto mentre la gente ascolta con grande attenzione – e quando alla magistratura viene impedito di proseguire certe indagini significa che quei determinati segreti non possono essere svelati”.
Sandra Rizza domanda a Rita Borsellino come possa conciliare il suo ruolo all’interno del PD dentro al quale vi è pure il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, noto anche per i suoi tanti “non ricordo” relativi all’incontro del 1° luglio con Paolo Borsellino.
La Borsellino evita di polemizzare e si limita a evidenziare con amarezza la gravità di certe “amnesie” di Mancino. Poi prosegue l’intervento rilanciando il suo progetto politico in Europa strettamente legato all’istituzione di una sorta di “osservatorio” europeo sulle stragi di mafia.
Anche per Antonio Ingroia è importante portare in Europa una ricerca di verità sulle stragi in quanto in Italia “abbiamo una realtà rovesciata” dove c’è “una mafia con la quale un ex ministro ha detto che bisognava convivere”.
Il procuratore aggiunto di Palermo affronta lucidamente la realtà del nostro Paese: sentenze scandalose taciute o travisate dai media e dai politici, attacchi del premier alla magistratura e soprattutto la mancanza di una reazione civile da parte della gente.
Dove sono finite le migliaia di persone che scendevano in piazza per protestare contro tangentopoli o che intasavano i fax delle redazione dei giornali con le loro proteste? A guardarsi indietro sembrano passati secoli.
Per Ingroia associazioni come Addiopizzo, LiberoFuturo e altre sicuramente danno speranza, ma sono piccole oasi in un deserto di indifferenza che avanza implacabilmente.
Alla domanda di Peppino Lo Bianco su cosa farebbe se fosse alla commissione antimafia Rita Borsellino risponde sicura che andrebbe a rileggersi tutti gli atti sulle stragi del ’92 nella convinzione che partendo dalla fase preparatoria delle stragi si potrebbero trovare spunti importantissimi per arrivare alla verità completa.
Lo Bianco riprende un passaggio sul rapporto mafia-politica tratto dalla relazione di Giovanni Pellegrino alla commissione stragi e chiede a Ingroia un parere sul ruolo delle commissioni. Il magistrato evidenzia come le commissioni di inchiesta in Italia abbiano una propria valenza ma che “il problema è che dopo manca il passaggio successivo”.
La mancanza di quell’attenzione pubblica fondamentale per fare da pungolo a un sistema politico già sordo ai richiami della società resta sullo sfondo della discussione. L’assenza di quell’attenzione capace di puntare il dito sulle responsabilità etiche e morali di chi gestisce il potere è sempre più tangibile.
Ingroia cita l’esempio di una sentenza gravissima come quella a carico di Giulio Andreotti, assolto dall’accusa di “partecipazione ad associazione mafiosa”, ma con la macchia indelebile della prescrizione per il reato di associazione a delinquere per fatti antecedenti agli anni ’80 (con una motivazione della Corte Suprema di Cassazione che sancisce il contatto tra Cosa Nostra ed Andreotti frutto di una sua “partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi della mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione” ndr). Una sentenza che, rimarca con amarezza il magistrato palermitano, consente ugualmente allo stesso Andreotti di continuare ad essere omaggiato nei salotti televisivi. Qualcosa di impensabile per un qualsiasi altro Paese “civile”.
Di seguito Peppino Lo Bianco rilegge a Fabio Granata una sua dichiarazione su Berlusconi fatta  alcuni anni prima (“Berlusconi non può fare per un’ora il difensore dello stalliere Mangano e pretendere di guidare non dico lo Stato ma nemmeno la coalizione”) e gli chiede come possa ora accettare che lo stesso Berlusconi sia a capo del suo governo.
Granata incassa malamente il colpo e spiega di esserci riuscito “così come Rita Borsellino sta nello stesso PD nel quale c’è Nicola Mancino…”.
Tra il pubblico alcuni presenti protestano visibilmente, il vicepresidente della commissione antimafia corregge il tiro e ribadisce di voler comunque confermare che quella era un’affermazione “gravissima” e che “un uomo che fa politica non poteva dire quella cosa.”. Ma sono parole  che in una serata di maggio echeggiano ormai senza di colpo ferire.
L’esponente di An (ora Pdl) ci tiene a sottolineare che se in Sicilia vi è una sorta di “movimento di resistenza” contro la mafia lo si deve proprio a Falcone e Borsellino e che “la lotta alla mafia deve tornare ad essere una priorità nell’agenda politica”. Il pubblico rimasto lo osserva ormai senza alcuna reazione. La verità sulle stragi “di Stato” è ancora lontana.

Info libreria Kursaal Kalhesa:
kursaalkalhesa.it

preso da Articolo21.info

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