In ricordo di Paolo Borsellino


19 luglio 2009 – DIRETTA VIDEO



A qualcuno fa ancora paura

di Roberto Morrione

A qualcuno fa ancora paura

Paolo Borsellino, a qualcuno, fa ancora paura. Il messaggio lanciato da quell’agenda rossa che in tanti terranno in pugno il 18 e 19 Luglio, sfilando nel cuore di Palermo nel nome del magistrato assassinato 17 anni fa con i cinque agenti di scorta, è insieme un simbolo e una richiesta di verità. Quell’agenda rossa, sulla quale Paolo Borsellino annotava giorno per giorno appuntamenti, riflessioni, nomi, nella sua spasmodica corsa contro il tempo e la morte, che sentiva vicina,  per riuscire a scoprire gli autori del massacro di Capaci, ma soprattutto se e chi a ogni livello, anche esterno a Cosa Nostra, aveva voluto distruggere il genio investigativo, l’esperienza del suo amico Giovanni, insieme con l’eredità pur “normalizzata” del pool antimafia di Palermo. Quell’agenda da cui non si separava mai, che aveva con sé in una borsa rimasta intatta nella devastante esplosione in Via D’Amelio, fotografata nelle mani di un ufficiale  dei carabinieri e  poi misteriosamente svanita, senza che la Giustizia abbia fatto luce sul dove e perché sia scomparsa, in quale cassaforte sia finita.
Ora le procure di Caltanissetta e di Palermo hanno riaperto ufficialmente le indagini su quelle stragi,  ipotizzando ciò che in ben tre processi si era intravisto, cioè il coinvolgimento diretto negli attentati di uomini degli apparati di sicurezza dello Stato, con moventi ancora non definiti, ma risalenti ad ambienti esterni e con motivazioni diverse da quelle che mossero Riina e i capi di Cosa Nostra. La condanna definitiva all’ergastolo di organizzatori ed esecutori non ha messo dunque la parola “fine” alle inchieste giudiziarie, che si saldano invece con le inchieste in corso sulla trattativa che apparati dello Stato aprirono con i capi di Cosa Nostra, confermata ora da Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo che di quella trattativa fu  tramite e testimone.
Chi ha in mano quell’agenda, come gli appunti informatici di Giovanni Falcone mai venuti interamente alla luce, ora ha un motivo in più per preoccuparsi, ben oltre l’instancabile  impegno di denuncia e di richiesta della verità da parte della famiglia Borsellino, delle associazioni antimafia, di magistrati in prima linea che condivisero la battaglia di Falcone e Borsellino.
Nonostante l’indifferenza dei media, stampati e televisivi, che per anni, come peraltro sta di nuovo avvenendo, hanno distrattamente acceso la luce sui sanguinosi eventi siciliani, che hanno segnato la storia della Repubblica e determinato almeno in parte l’attuale quadro politico e civile,  solo in occasione delle commemorazioni , senza scavare sui tanti punti oscuri delle indagini. Che giornali e TG abbiano lasciato nel silenzio e nell’indifferenza l’opinione pubblica, preferendo la facile alternativa dei delitti di cronaca nera, su una scia emozionale e consumistica che ha riempito i televisori e l’immaginario degli italiani da Cogne a Erba, a Garlasco, a Perugia, fino agli stupri di modello “etnico” che tanto hanno pesato nel dibattito sulla sicurezza e sull’opinione pubblica, è una vergogna che peserà a lungo sul Paese, ma anche sulla dignità professionale e sulla formazione etica del giornalismo italiano…
Ora è arrivato il momento di andare fino in fondo, di riprendere i tanti fili finora mai seguiti, le contraddizioni e le coperture nelle indagini sulle stragi e sul patto scellerato che, almeno nella interpretazione dei “corleonesi”,  doveva essere realizzato con lo Stato o chi diceva di rappresentarlo. Vicende in cui  compare l’ombra, ma anche la fisica presenza dei Servizi. A nome di chi agivano quegli uomini, che interessi coprivano, quali erano i loro obiettivi? Quale il loro vero ruolo nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, come in quelle successive che insanguinarono Roma, Firenze e Milano?
Rai News 24, che dirigevo, cercò nel 2000 di fare il proprio dovere e quello del Servizio Pubblico, trasmettendo in splendida (e aziendalmente forzata) solitudine l’ultima intervista televisiva di Paolo Borsellino. Due giorni dopo di quella intervista Giovanni Falcone, la moglie e la sua scorta saltarono in aria a Capaci e due mesi dopo, con una incredibile e tuttora inspiegabile accelerazione, fu la volta di Paolo Borsellino. Quella cassetta, che ci era stata data da Fiammetta, figlia di Paolo Borsellino, è stata vista e discussa nei processi sulle stragi. Il suo contenuto è dunque di straordinario interesse giudiziario, giornalistico e umano, oggi anzi ancora più attuale, ma la Rai non l’ha più trasmessa. Non è l’ora che il Servizio Pubblico ci ripensi?

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“Senza verità non c’è giustizia”

Nel pomeriggio di ieri “la marcia delle agende rosse” per ricordare Paolo Borsellino
La sorella Rita: “C’è puzza di rassegnazione, ma non dobbiamo arrenderci”

palermoUna verità che si attende da 17 anni: troppi per potere aspettare ancora. Solo con la verità si può avere giustizia. Questo quadro inquietante che si sta delineando sulle stragi del ‘92 e del ‘93 merita la massima attenzione, sia a livello nazionale che europeo”. Rita Borsellino non ha mai avuto dubbi. Meno che mai ora che è stata riaperta l’inchiesta sul tritolo mafioso che diciassette anni fa ha insanguinato la Sicilia. L’eurodeputato Pd dice questo mentre partecipa assieme a duecento persone a un corteo antimafia che si è tenuto nel pomeriggio a Palermo. Una manifestazione che qualcuno ha già chiamato “la marcia delle agende rosse”, perché tutti hanno in mano un’agenda simile a quella custodita gelosamente dal magistrato e sparita nel nulla dopo l’attentato di via d’Amelio.

Rita Borsellino sente “puzza di rassegnazione. Non e’ possibile rassegnarsi. Non abbiamo questo diritto, dobbiamo continuare a impegnarci giorno per giorno perché solo l’impegno quotidiano puo’ costringere chi ha il compito di fare delle scelte a intraprendere la strada giusta. Ci vuole il coraggio della rabbia, della denuncia”. L’europarlamentare si riferisce alle parole pronunciate ieri da procuratore aggiunto Vittorio Teresi, che ha denunciato minore rabbia di una parte della magistratura nella lotta alla mafia rispetto al 1992.

Dal ‘92 ad oggi si è fatto poco – ha detto Salvatore Borsellino, fratello del magistrato – Sembra quasi che qualcuno stia pagando delle cambiali alla mafia. Oggi finalmente, dopo anni di tenebre, la lotta che si sta conducendo nelle procure di Palermo e Caltanissetta sta andando nel verso giusto. Si stanno acquisendo elementi positivi. Fino ad oggi ci sono stati tanti depistaggi, ora si sta lavorando per coprire la complicità di pezzi deviati delle istituzioni”.

De Magistris dalla sua pagina Facebook scrive che “la magistratura, come intuirono per altro già Borsellino e Falcone, deve entrare nelle banche e nei conti correnti internazionali, nel meccanismo degli appalti e nei settori industriali, utilizzando le intercettazioni e operando in modo autonomo. La società civile deve avviare una riflessione interna profonda esigendo verità dallo Stato, anche sullo stragismo degli anni ‘90, su cui la Procura di Caltanissetta sta nuovamente indagando”.

E se l’europarlamentare e sindaco di Gela Rosario Crocetta propone una commissione antimafia anche a Strasburgo, per l’Associazione familiari della strage dei Georgofili non bisogna istituire un’inchiesta parlamentare sulle stragi del ‘93. “Temiamo – si legge in una nota scritta dalla portavoce Giovanna Maggiani Chelli – che, come sempre, userà tutti i suoi strumenti per porre limiti ancora una volta alla magistratura. Una contromossa per esorcizzare la paura del fantasma di Vito Ciancimino”.

(Repubblica.it)

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Salvatore Borsellino: Paolo morì perché scoprì un patto con lo Stato

(ASCA) – Roma, 15 lug – “Mio fratello era stato sicuramente informato dagli organi istituzionali della trattativa in corso tra mafia e Stato, perché erano in mano sua le indagini sull’assassinio di Falcone e sulla mafia in Sicilia. Non poteva non esserne informato”. Così Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio commenta le nuove rivelazioni sul patto tra Stato e mafia fatte da Massimo Ciancimino.

Borsellino é intervenuto a ’24 Mattino’ su Radio 24. “Sostengo dal 1997 – ha aggiunto Borsellino – che il motivo dell’accelerazione della eliminazione di Paolo sia stato il fatto che lui si era messo di traverso rispetto a questa trattativa nel momento in cui ne fu informato, e questo avvenne al ministero dell’Interno il primo luglio 1992. A quel punto era necessario, per poter continuare a condurre la trattativa, eliminare l’ostacolo principale, Paolo Borsellino, ed eliminarlo in fretta”.

Ciancimino jr. ha detto che una copia del famoso ‘papello’ era nella cassaforte di casa sua a Mondello ma i Carabinieri durante una perquisizione evitarono di controllare: “C’é da chiedersi il perché non sia stata aperta quella cassaforte – ha detto Borsellino -. Credo che sia lo stesso motivo per cui dopo l’arresto di Riina é stato lasciato incustodito il suo rifugio, finché squadre della criminalità organizzata hanno potuto ripulire la casa e prelevare la cassaforte, nella quale c’erano cose che non dovevano venire fuori. Ciancimino non é un pentito – ha detto Borsellino – ma uno che vuole salvare il salvabile, quel famoso tesoro del padre di cui evidentemente gli hanno sequestrato solo una minima parte. Ora ha scelto di collaborare e sta dando un validissimo contributo, ma per patteggiare la sua impunità”.

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